venerdì 18 dicembre 2015

cercasi spirito natalizio disperatamente

A me il Natale è sempre piaciuto, ho sempre amato fare i regali, anche quando, al liceo, ero impegnata con lo studio fino all'ultimo e mi riducevo a comprarli quasi tutti il ventiquattro. Ho sempre osservato una sorta di rito della preparazione dei pacchetti: una sera con le musiche natalizie in sottofondo, tutto il necessaire per impacchettare e profluvio di frasi mielose per i bigliettini, ché a Natale si è tutti più buoni. 
È tradizione che organizzi una cena di Natale per i miei amici, che si è sempre fatta a casa mia, e che ho sempre sfruttato da "prova generale" per il pranzo di Natale, studiando dei nuovi modi per piegare i tovaglioli, per sistemare i bicchieri o anche per sperimentare qualche piatto. 
Insomma, il Natale - e più ancora del Natale in sé il periodo che lo precede, da buona leopardiana - mi è sempre piaciuto. E, anzi, ho sempre provato un po' di fastidio per quelle persone che dichiarano di odiare il Natale (tra cui il mio migliore amico) e un po' di pena per quelle che dicono di non "sentirlo" affatto. E non è neppure una questione di fede, perché io non sono credente, è soltanto che l'ho sempre trovata una bella festa, un'occasione per stare con parenti e amici che si vede poco e per scambiarsi più affetto del solito.
Eppure quest'anno sta capitando anche a me: Natale è dietro l'angolo e io non provo quell'entusiasmo infantile degli anni scorsi, e ho vissuto la ricerca dei regali con ansia, più che con piacere. Ho anche fatto delle scelte di cui non sono convinta, solo per non doverci più pensare, ed è una cosa contraria alla mia politica, di solito comincio a pensare ai regali di Natale con mesi di anticipo, mi appunto le idee che raccolgo e sono quasi sempre soddisfatta dei risultati.
A incrinare il mio mood natalizio c'è senz'altro il confronto con l'anno scorso, quando io e il mio fidanzato siamo andati dalle mie zie e cugine negli Stati Uniti e sono state settimane meravigliose, nonché il fatto che quest'anno lo passeremo da mia zia, la sorella di mia madre, perché anche i miei nonni saranno lì e mia madre vuole passare il Natale con la sua famiglia. Desiderio condivisibile ma non applicabile al resto della sua famiglia, dato che negli ultimi ventiquattro anni mia zia e i miei nonni sono venuti da me per Natale solo due volte, mentre negli altri ventidue casi o siamo andati noi da loro o abbiamo fatto il Natale separati. Insomma, la statistica non lascia spazio a dubbi: ai parenti di mia madre di passare il Natale con lei non importa più di tanto.
Peccato che mia zia viva a qualche ora di treno da casa mia, quindi passare il Natale da lei vuol dire trascorrerci diversi giorni e di conseguenza lasciare amici e fidanzato (che lavora fino alle 18.00 la vigilia di Natale, quindi anche volendo non riuscirebbe a raggiungerci) a casa. E, se vogliamo aggiungere una nota di frivolezza che non stona mai, significa anche rinunciare alla mia ciclette, al mio tappetino con i pesi, alla mia bilancia. Esule in terra straniera e costretta ad ingrassare inconsapevolmente in compagnia di parenti stretti ma con i quali ho rapporti piuttosto blandi durante il resto dell'anno e questa volta non avrò neppure la scusa degli esami universitari imminenti per isolarmi in una stanza con i libri aperti e la mente altrove.
Insomma, si prospetta un Natale non dei migliori, in questi giorni sono triste e nervosa e ho paura di salutare il 2015, perché è consuetudine che gli anni pari mi riservino sempre delusioni. E in più sono grassa. Mi vedo grassa, mi sento grassa, e triplicare lo sport e dimezzare l'introito calorico fino ad ora non ha portato i risultati sperati (cioè, ho perso quattrocento grammi, ma il weekend in arrivo è costellato di cene di auguri, li riprenderò con gli interessi non appena mi sarò seduta a tavola).
Vorrei chiudere gli occhi e risvegliarmi il ventisei dicembre o, meglio ancora, il primo gennaio, dato che il capitolo capodanno è un'altra spina nel fianco. Credo di aver avuto così poco spirito natalizio soltanto nel periodo buio della bulimia, Natale 2009, quando le feste rappresentavano un serio attentato alla salute del mio esofago e vomitavo cinque o sei volte al giorno.
Tra oggi e domani conto di finire gli ultimi regali e questo pomeriggio ho in programma un giro in centro (perché vi confesso che quasi tutti i regali fino ad ora li ho comprati via Amazon, Boscolo o simili, facendo uno shopping del tutto virtuale davanti allo schermo del computer) e spero che le strade illuminate, l'albero di Natale in piazza e le canzoncine nei negozi mi facciano ritrovare un po' di spirito natalizio.
E voi, di che partito siete? Elfi di babbo Natale o Grinch? (Viellina, se stai leggendo sappi che è superfluo che tu risponda a questa domanda! <3)

P.S.
Vi segnalo, in chiusura, il giveaway natalizio a tema libresco del blog di Minerva, al quale avrei voluto dedicare un post intero per parlare delle mie letture preferite e scoprire le vostre ma poi è venuta fuori questa cosa sul Natale e, vabbè, non è detto che non lo faccia nei prossimi giorni. Comunque vi invito a partecipare (è tutto spiegato nel blog di Minerva, quindi non mi dilungo sulle modalità di partecipazione) e anche a seguire il blog, Minerva è una ragazza splendida che ha un modo di scrivere e raccontare la sua vita di cui vi innamorerete presto, e poi ha una carica e una vitalità invidiabili, nonostante la sua giovane età (o forse proprio grazie a quella? Chissà!). Comunque sulla poltrona sotto l'albero per me al momento c'è La Luna e i Falò di Pavese ma l'ho quasi finito, quindi si accettano suggerimenti natalizi! 
Ed ecco il link diretto al post! 

lunedì 14 dicembre 2015

la botte piena e la moglie ubriaca - la maledizione degli eterni insoddisfatti

Buonasera ragazze, come state? Per me questo è un periodo piuttosto sereno, tanto che ho quasi paura di ammetterlo, ché lo scivolone della sorte è sempre dietro l'angolo. Sono tornata da poco da un lungo ponte trascorso a Roma col mio fidanzato, la mia amica S. e il suo fidanzato. Era il mio regalo di laurea da parte di fidanzato e suoceri e non avrei potuto desiderare regalo più bello: Roma è meravigliosa e me ne innamoro un poco di più ogni volta che la vedo. Non mi stanca mai, potrei ripartire domani ed essere di nuovo emozionata come due settimane fa, con l'ansia di chi vuole vedere tutto e rivedere tutto un'altra volta. Che poi, a Roma non si finisce mai di vedere tutto quello che c'è e, ammesso che ad un certo punto vi si riesca, ci sarebbe da vedere Campo dei Fiori in primavera, il Pincio sul principio dell'autunno, il foro incendiato dalla calura estiva.
Roma ha tutto quello che il mio animo di eterna insoddisfatta cerca: la maestosità e la malinconia, lo sfarzo e la decadenza. 
Tra le cose più toccanti di questa gita romana c'è stata una passeggiata sull'Appia antica; camminavo sui lastroni posati quasi duemilacinquecento anni fa e intanto mi risuonavano nella testa i versi di una delle mie canzoni di Guccini preferite, Vite: "E percorriamo strade non più usate | figurando chi un giorno ci passava | e scrutiamo le case abbandonate | chiedendoci che vite le abitava, | perché la nostra è sufficiente appena, | ne mescoliamo inconsciamente il senso; | siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso". 
Roma mi fa sentire così: al centro di un palcoscenico misterioso ed immenso sul quale si respirano migliaia di vite ricche e piene, mentre la mia tante volte mi pare così priva di senso.
E poi abbiamo noleggiato un motorino per emulare i protagonisti di Vacanze Romane e abbiamo costeggiato il Lungotevere superando tutte le auto in coda, siamo arrivati al parco degli acquedotti prendendo un sacco di freddo e davanti a San Pietro percorrendo via della Conciliazione a tutta velocità, che ad un certo punto ho temuto che tutta la polizia schierata ci avrebbe fucilato a vista temendo fossimo dei terroristi, perché c'era un divieto di circolazione per il Giubileo e noi non lo sapevamo, ma i militari con il fucile ci hanno sorriso e io mi sono sentita davvero come in un film, una commedia al femminile di quelle che piacciono tanto alla mia amica S. e che io trovo insopportabili perché alla seconda scena si capisce già come andrà a finire. 

Sono stata bene, è stato tutto meraviglioso, anche se mi ero preparata l'attrezzatura per scattare una foto alla cupola di San Pietro attraverso l'occhiello sull'Aventino e quando siamo arrivati in cima abbiamo scoperto che la cupola era al buio, prove tecniche per lo spettacolo di apertura del Giubileo.
Naturalmente sono tornata a casa con due chili in più. Abbiamo camminato tantissimo e io ho assimilato la metà dei pasti perché ho mangiato lievito quasi tutti i giorni e a fine serata ero sempre in bagno (lo so che non vedevate l'ora di questo dettaglio poetico, dopo l'elogio di Roma!) ma sapevo già che sarei ingrassata, è sempre così quando sono felice.
Se dovessi trovare una spiegazione totalmente irrazionale per la mia condizione potrei ipotizzare che gli dèi mi abbiano maledetta alla nascita, per la crudele ma ineluttabile legge che vuole che le colpe dei padri ricadano sui figli, oppure in seguito a qualche offesa di cui mi sono inconsapevolmente macchiata. In ogni caso, la mia pena è stabilita: è destino che io non sia mai magra e felice allo stesso tempo. Posso essere grassa e felice o magra e triste, ma serenità e magrezza si escludono a vicenda.
Non so se ci sia una spiegazione scientifica dietro questa faccenda - per esempio so di non essere l'unica a dire che lo stress fa dimagrire - ma anni di esperimenti lo provano: mangio le stesse cose, faccio la stessa dose di movimento, ma se sono di buon umore ingrasso, se sono triste o preoccupata dimagrisco. Così capitava che nel periodo degli esami universitari, pur facendo meno sport del solito, perdessi due o tre chili, che rimettevo inesorabilmente a fine sessione, benché riempissi parte del tempo libero con attività fisica ed esercizi per tonificare. E non si tratta neppure di mettere su muscolo, che pesa più del grasso, perché io sono sicura di ingrassare, mi vedo davvero più grossa, mi percepisco più grassa, i pantaloni mi stringono e quando mi siedo ho le pieghe di ciccia sulla pancia.
Se avessi amici nel campo della ricerca scientifica proporrei loro di studiare il fenomeno, chissà che non si scopra che esistono ormoni della felicità che inibiscono il metabolismo, responsabili dell'aumento ponderale quando, ad esempio, ci fidanziamo stabilmente o riceviamo un contratto a tempo indeterminato.
Per tutta la mia vita ho alternato fasi di depressione e dimagrimento a periodi più sereni in cui ingrassavo, ma adesso sono stufa. Per tanti anni ho pensato che la tristezza fosse un buon prezzo da pagare in cambio del fisico dei miei sogni, ma ora non la penso più così. Ora sono sicura che la serenità sia la mia priorità assoluta e non voglio subordinarla a nient'altro, tantomeno ad una taglia o ad un numero. Però non sono pronta ad accettare di essere grassa. Non ce la faccio, è più forte di me. Io non potrei vivere tranquilla sapendo di dovermi comprare vestiti taglia 44, non ce la faccio ad andare in spiaggia con il rotolo di grasso che sbuca dall'elastico del costume o ad indossare dei vestiti se non ho la pancia perfettamente piatta. So che milioni di persone vivono con qualche chilo di troppo e sono serene o se ne fregano o non se ne accorgono o comunque non fanno nulla per cambiare la situazione, lo so e in parte le ammiro, o forse le invidio, come invidio le persone stupide che si accontentano di cose piccole piccole e non sono costrette all'eterna insoddisfazione che mi affligge, ma non potrei mai fare altrettanto.
Ed ecco che mi trovo al solito bivio che mi affligge nei periodi di serenità: non voglio ritrovarmi a evitare le situazioni in cui si mangia inventandomi scuse ridicole e condannandomi alla solitudine, ma non voglio neppure ingrassare. Esisterà una terza via, o è il tipico esempio dell'incontentabile che vuole la botte piena e la moglie ubriaca?

mercoledì 2 dicembre 2015

ricordi d'infanzia

Pomeriggio che diventa sera troppo presto, traffico intenso e radio accesa a dettare il ritmo della coda. Sta passando la nuova canzone di Max Pezzali, che personalmente non ho mai amato, sebbene le sue canzoni abbiano fatto da colonna sonora ai primi anni Duemila, dopo che con gli 883 aveva segnato i Novanta, e sebbene, in effetti, mi basti sentirle per ritornare alle serate al pub dei miei quattordici anni, alle mattine ad aspettare il pullman del liceo con le cuffie nelle orecchie. Quella nuova, tuttavia, non parla né di immense compagnie né di fidanzate storiche, ma rievoca l'infanzia con toni nostalgici e i primi versi mi colpiscono particolarmente: 
"Non mi ricordo molto
di quando ero piccolo
ma mi ricordo che
ero spesso felice.
Mi bastava un niente,
mi bastava tanto così,
un amico e un raggio
di sole in cortile."
Io ricordo molte cose di quand'ero piccola, invece, e soprattutto ricordo di non essere mai stata una bambina felice.
Se dovessi associare un sentimento alla mia infanzia sarebbe sicuramente la noia. Ricordo che mi annoiavo, mi annoiavo moltissimo. Ogni tanto mi rintanavo sotto la scrivania o sotto il tavolo di legno del portico e là aspettavo che il pomeriggio finisse e si portasse via quella triste indolenza. Oppure m'inventavo dei racconti fantastici ambientati in città bellissime in cui non c'era mai posto per la noia e talvolta li scrivevo sulle pagine avanzate di vecchi quaderni o sul primo lentissimo computer di famiglia. 
La noia mi divorava, mi faceva desiderare che i giorni volassero senza attardarsi mai, che arrivasse in fretta l'estate, poi di nuovo l'inverno, il saggio di danza, il compleanno della mia migliore amica, le scuole medie, qualsiasi cosa che potesse interrompere quella grigia routine. E dire che non sono stata una bambina sola. Dopo la scuola giocavo sempre con L. e i nostri giochi non erano mai noiosi: trasformavamo il salotto in un campeggio aprendo tutti gli ombrelli, oppure disponevamo sulla libreria  i depliant dei tour operator e fingevamo di essere in un'agenzia, inventavamo liti condominiali che un avvocato doveva dirimere, arredavamo case per le Barbie e ci giocavamo per ore, senza stancarci mai.
Eppure quando penso alla mia infanzia mi viene subito in mente la noia, la noia che sentivo accovacciata sotto la scrivania e che mi entrava dentro facendomi provare disgusto per ogni cosa. 
Ricordo che i miei si impegnavano a trovarmi dei passatempi pomeridiani, magari uno sport, ma io non mi appassionavo mai a nulla e ci andavo controvoglia, solo per fare un piacere a loro. Nel corso degli anni delle elementari abbandonai pallavolo, pianoforte, basket, equitazione e nuoto, quest'ultimo dopo ben otto anni. Continuai soltanto danza, benché odiassi la mia maestra, una stronza ossessionata dalla linea che alla fine delle lezioni faceva passare tra di noi un cesto pieno di caramelle, al solo scopo di allenare la nostra capacità di rifiutare. Io le stavo simpatica perché non accennavo mai a volerle prendere, ma solo perché a me le caramelle non piacevano. C'era una bambina che non riusciva quasi mai a resistere alla tentazione e la maestra la minacciava di spostarla dalla prima fila, perché con il suo sedere da ippopotamo avrebbe nascosto tutte le altre.
Non so perché mi ostinassi ad andare - forse perché avevo già maturato la mia vena masochista - tant'è che, nonostante le ore di lezione fossero una tortura e cominciassi a stare male già al mattino quando sapevo di avere danza al pomeriggio, ho smesso che ero già al liceo.
Oltre alla noia ricordo la paura. Non la paura dei mostri o degli spiriti, però. Avevo paura che i miei genitori morissero, avevo paura di avere una brutta malattia e sognavo spesso di ammalarmi di qualche forma di tumore, avevo paura che mio padre facesse un incidente mentre tornava dal lavoro e quando sapevo che era in viaggio sobbalzavo ad ogni trillo del telefono perché temevo fosse la polizia che ci chiedeva di andare a riconoscere il cadavere. 
Avevo paura di prendere la metropolitana perché avevo paura di rimanere intrappolata sotto terra nel caso di un'improvvisa scossa di terremoto e quando andavo a trovare mia zia a Napoli mi addormentavo che era quasi l'alba perché avevo paura che durante la notte eruttasse il Vesuvio. 
Vivevo ogni Natale con una sorta di febbrile angoscia, volevo che fosse bellissimo perché temevo che potesse essere l'ultimo, e periodicamente scrivevo una lettera d'addio ai miei genitori che riponevo in un cassetto, così che la trovassero se fossi morta all'improvviso.
Non so spiegarmi il perché di queste angosce. Vivevo una vita tranquilla in una famiglia tranquilla e non avevo mai visto i miei genitori preoccupati perché qualcuno dei nostri cari morisse, non prima dell'undici settembre, almeno, quando passammo la notte a cercare di metterci in contatto con i nostri parenti negli USA perché mia cugina, all'epoca poco più che ventenne, lavorava al WTC. Ma all'epoca io avevo già passato i dieci anni e la maggior parte delle mie paure è molto più antica. 
Non sono mai stata una bambina serena, tanto da meritarmi una precoce diagnosi di "stati d'ansia" per giustificare una serie di strani sintomi che lamentavo e che elencavo a mio padre nei viaggi di ritorno dall'asilo: macchie scure che si allargavano nel campo visivo, scintillii ai bordi degli occhi, formicolii alle estremità di mani e piedi, e altre cose che avevano indotto i miei genitori a parlarne al pediatra, preoccupati che potessi avere qualche disturbo della vista o, peggio, qualcosa di neurologico. Invece era tutto nella norma, soltanto soffrivo già di disturbi psicosomatici legati all'ansia, a quattro anni. 
A distanza di anni, dopo essere stata meglio e poi peggio, dopo aver vissuto periodi felici, oltre a quelli tristi, ancora non riesco a trovare una spiegazione a quella mia angoscia di bimba, nonostante qualche psicologo abbia provato ad indagarla, per potervi fare affondare le radici della sofferenza che è venuta dopo. Forse era scritto nel DNA che fossi un'anima tormentata, forse c'è stato un episodio scatenante, sepolto chissà dove nei ricordi, che ha dato inizio a tutto quanto, fatto sta che quando penso alla mia infanzia la prima cosa che visualizzo non è l'immagine dell'altalena rossa che mio papà aveva costruito in giardino e sulla quale mi sembrava di volare, ma quella di me, bambina di sei anni appena, appoggiata allo stipite della porta tra salotto e cucina in un crepuscolo estivo che esamino una Barbie ricevuta in regalo per il compleanno e mi chiedo se riuscirò a giocarci con L. il giorno seguente o se morirò prima.
 
Scusate per il post angosciante, non volevo iniziare dicembre a tinte così fosche, ma è stato più forte di me, ho iniziato a scrivere ed è venuto fuori tutto questo. Perdonatemi! E ditemi di voi, della vostra infanzia, che spero sia stata più limpida e serena della mia.
Un bacio a tutte!