martedì 23 settembre 2014

fare diete e dimagrire è un vizio, come il fumo



Peso: 72,1 kg

Ieri una mia amica mi ha detto che si vede che sono dimagrita. Non le ho detto di essere stata dalla dietologa, né propriamente di essere a dieta, mi sono limitata a dire che non sto mangiando alimenti lievitati per vedere se sono intollerante, il che è un bel compromesso visto che quasi tutte le cose che fanno ingrassare sono lievitate ed ho una scusa per rifiutarle se mi vengono offerte.
Comunque non ho intenzione di dire che sono a dieta. Lo sanno soltanto il mio fidanzato e una mia amica che è stata anoressica. E i miei genitori, solo perché era inevitabile che lo sapessero. Conosco gente che quando si mette a dieta lo dice a tutto il mondo, per ricevere complimenti o per sentirsi più motivata, non saprei, ma non appartengo a questa categoria.
Non mi è mai piaciuto pubblicizzare quel che faccio col mio corpo – mi sembra paragonabile a raccontare in giro che ho il ciclo o che ho appena preso un’aulin per il mal di testa – ma negli anni sono diventata davvero gelosa delle mie diete. Quando ho fatto la Dukan per la prima volta ne parlavo tranquillamente, spiegavo il suo funzionamento a chi mi chiedeva chiarimenti, raccontavo anche i miei progressi in termini di peso, mentre la seconda volta, quando l’ho ripresa, ho cercato di tenerlo nascosto il più possibile, fingendo di prediligere sempre i secondi o le verdure o semplicemente evitando le occasioni di mangiate in compagnia.
Il fatto è che voglio evitare la pressione degli altri. Voglio evitare che tutti si aspettino che dimagrisca in fretta e visibilmente e di deludere quindi le loro attese ma soprattutto voglio evitare che ad un certo punto comincino a preoccuparsi, a starmi addosso, a controllare tutto ciò che faccio. Perché ad un certo punto, inevitabilmente, succede.
Dicevo della Dukan. Appena iniziata era tutto un “che brava, io non potrei mai vivere senza la pasta” “Che forza di volontà!” “Sei sicura che non vuoi neanche uno Spritz? Ma come fai?”, ma superata la soglia dei cinquantacinque chili l’ammirazione si è trasformata in apprensione. Credo sia normale che i miei amici si preoccupino, conoscendo i miei trascorsi, ma a volte ho l’impressione che la loro preoccupazione li spinga all’ipocrisia, convincendoli a dirmi “ma ora fermati, stai bene così!” anche se segretamente pensano che due o tre chili in meno non mi starebbero male.
So che l’attenzione delle persone che ci vogliono bene passa anche attraverso le forme più fastidiose di apprensione e di controllo ma non sono pronta a giustificare quello che mangio o, peggio, a rispondere a domande cretine del tipo “Ma perché ti metti a dieta? Stai benissimo così!” che per quanto mi riguarda è un po’ come chiedere ad un fumatore “Perché fumi? Stai benissimo così!”. Per me fare diete, dimagrire, ringrassare e ridimagrire è un vizio, proprio come il fumo. E proprio come i fumatori se decido che voglio tenermi questo vizio non riesco a gestire le proteste e le obiezioni degli altri, fossero anche mosse dalle più nobili delle motivazioni. Insomma, saranno anche fatti miei quello che faccio del mio corpo, ad un certo punto.
Voi in che categoria rientrate? Siete a vostro agio ad ammettere di essere a dieta (io ho un amico che ogni giorno m’informa del suo peso! Sconvolgente, io non l’ho mai detto a nessuno quanto peso.) oppure non lo confessate mai?
Un bacio a tutte!

martedì 16 settembre 2014

"si mangia per vivere, non si vive per mangiare". Sarà poi vero?



Peso: 73,3 kg
 
Ero a 73,7 sabato mattina, poi sono uscita a mangiare sushi e domenica mattina avevo ripreso mezzo chilo. Mi sarei anche risparmiata la cena fuori se non fosse che la dietologa mi ha prescritto uno sgarro alla settimana per tenere attivo il metabolismo e per ricordarmi che “si mangia per vivere, non si vive per mangiare”.


Quante volte mi sono sentita ripetere questa frase. Me lo diceva la mia professoressa di greco al liceo, quando mi vedeva spiluccare la mia barretta dietetica per pranzo, me lo diceva lo psicologo, me lo dicevano persino persone che conoscevo appena, probabilmente appartenenti a quella brutta specie che crede che l’anoressia non sia una malattia ma una dieta un po’ estrema.
Che poi io lo so benissimo che non si vive per mangiare. Questa non è vita, o perlomeno non è la vita che voglio vivere per il resto dei miei giorni. Voi provate mai ad immaginare come sarete tra dieci o venti anni? Io ogni tanto ci penso, al mattino, quando il peso sulla bilancia mi dice se sarà una giornata buona o no, se posso concedermi di essere contenta o devo sentirmi uno schifo finché non avrò bruciato duemila calorie sullo stepper. Mi domando se a quarant’anni avrò fatto pace con il cibo e con il mio corpo o se continuerò ad oscillare tra il sottopeso e il sovrappeso come è stato negli ultimi cinque anni. Mi chiedo se dovrò rimanere a dieta per sempre concedendomi solo un piatto di pasta/pizza/sushi/aperitivo a settimana per evitare di diventare una montagna di lardo o se potrò, un giorno, mangiare in maniera normale, come le persone normali.
Mio padre quando ha fame apre il frigo e pesca qualcosa da mangiare. Io quando ho fame mi lavo i denti perché il dentifricio mi fa passare la fame, dai tempi in cui ne mangiavo cucchiaini pieni per placare i crampi allo stomaco e provare a dormire.
La mia vita è condizionata dal cibo. Ho ricevuto un invito alla Vogue’s Fashion Night Out ma non voglio andare perché ci sarà cibo e alcool ovunque e io non devo mangiare né bere nulla. Il mio fidanzato si laurea a fine novembre e io penso soltanto ai festeggiamenti ipercalorici che seguiranno e al fatto che devo riuscire ad essere sotto i settanta per allora, perché voglio comprarmi un vestito nuovo e io non compro vestiti sopra la 42. Per Natale vado negli Stati Uniti dai miei parenti ma la gioia di rivederli e di passare il Natale insieme è offuscata dal terrore di vanificare mesi di dieta in una ventina di giorni. Lì si mangia malissimo e le mie zie e le mie cugine mi mettono costantemente all’ingrasso perché secondo loro sono deperita, ma la loro idea di quello che si dovrebbe mangiare durante un pasto non corrisponde assolutamente al vero, benché non sia mai riuscita a convincerle che non è necessario sbafarsi una fetta enorme di triple chocolate cake per considerare concluso il pranzo.
E in tutto ciò mi sento una cretina. Perché mi rovino tutte le cose belle per assecondare una follia che ho rinnegato da tempo. Io non voglio più essere malata, non voglio più che il cibo mi condizioni, ma a quanto pare volerlo non è abbastanza. O forse inconsciamente non lo voglio abbastanza?

venerdì 12 settembre 2014

dietologa ed energia ritrovata

Peso: 74 kg

Martedì ho incontrato la dietologa, finalmente. Ero molto agitata, sia perché odio le visite di qualsiasi tipo, sia perché temevo di rimanere delusa dall'incontro e, dato che consideravo l'aiuto di un esperto l'ultima spiaggia, avrebbe significato consegnarmi ad un'eterna rassegnazione.
Per fortuna lei mi ha fatto fin da subito un'ottima impressione; è specializzata in disturbi alimentari (soprattutto bulimia) il che è stata una delle ragioni che mi ha portata a scegliere lei, tra tantissimi centri qui in zona: voglio affidarmi ad una persona che conosca questo genere di meccanismi, che non li sottovaluti mai. Mi fa sentire al sicuro da me stessa, non so se mi spiego.
Comunque mi ha fatto tantissime domande sulle mie abitudini alimentari, soprattutto su quelle passate, e mi ha chiesto se fossi ancora in analisi. Le ho detto che ho smesso un paio d'anni fa e lei ha detto che valuteremo tra qualche mese se sarà il caso di riprendere anche quel percorso.
Ad ogni modo non si è parlato di chili da perdere o di peso da raggiungere, ma solo di punti da "sistemare" (così ha detto lei) e del famoso Equilibrio cui noi tutte aspiriamo. Le ho detto anche che so di avere il metabolismo a puttane ma che non sono psicologicamente pronta ad acquistare peso ora come ora, perché già mi sento/vedo enorme, così siamo arrivate ad un compromesso: un mese abbondante di dieta per sgonfiarmi e poi piano piano proviamo a risvegliare il mio metabolismo dormiente.
Così mi ha dato un regime alimentare privo di lievito per sgonfiare la pancia, punto in cui non sono mai stata grassa e che invece nelle ultime settimane era proprio gonfia, e mi ha suggerito tutta una serie di sostituti al pane ed alla pasta, come farro, quinoa e le gallette di mais, che sinceramente non sono affatto male. 
La dieta in sé non è rigidissima, non ci sono dosi e calorie, ma solo abbinamenti di alimenti studiati per saziare senza appesantire, molte verdure crude e carne bianca. Ho cominciato da tre giorni e mi sento molto più sgonfia oltre ad aver perso - udite! udite! - un chilo e mezzo. So che è pochissimo ed è una goccia nell'oceano considerato il mio peso attuale ma non dimagrivo così facilmente e senza sacrifici dalla Dukan! 
Comunque la cosa di cui sono più contenta in questi giorni è l'umore che, complice la distrazione dello studio (sono pazza, lo so), sta piano piano migliorando. Mi sento molto più carica e determinata, nutro grandi speranze in questa dottoressa ed ho ritrovato parte della mia stoica forza di volontà.
Non mi interessa se ci vorranno mesi o anni, voglio chiudere questa guerra con il cibo e con il mio corpo. Da vincitrice.
Un abbraccio a tutte voi!

lunedì 8 settembre 2014

"da lunedì dieta", come nel più trito dei clichè

Scusate se sono stata a lungo assente ma una sorta di autocensura mi impedisce di annoiarvi con le mie paturnie. E, comunque, la situazione non è molto diversa da un mese fa, sia sul fronte peso sia sul fronte umore. 
Vado avanti ad alti e bassi, anche se forse i "bassi" sono più frequenti o perlomeno più duraturi degli "alti". L'unica cosa che rimane alta è il peso sulla mia bilancia, che nei giorni scorsi è arrivato a sfiorare il record negativo dei 75 da cui ero partita a gennaio, prima di aprire questo blog, con l'obiettivo utopistico di perdere dieci-quindici kg per l'estate.
In realtà, oltre ad un disperato bisogno di provare quella particolare gioia che mi regala il cibo, sto facendo un esperimento in vista dell'ormai imminente incontro con il dietologo. Ho deciso di lasciar perdere ShapeUp e il conteggio calorico in generale e di mangiare come mangerei se non sapessi che il mio corpo immagazzina ogni grammo di troppo facendo in modo che tutto ciò che attraversa il mio stomaco per tre secondi rimanga intrappolato sul mio sedere per almeno tre anni.
L'unica cosa della quale non riesco a privarmi nemmeno per questioni sperimentali è l'attività fisica. Continuo a bruciare circa mille calorie al giorno ed è davvero deprimente constatare che nonostante questo nell'ultimo periodo sono ingrassata di un kg a settimana. 
Nel frattempo mi vedo sempre più grassa, ma sono ormai sicura che non si tratti semplicemente di una conseguenza delle mie ossessioni. Anche mia madre, tornata dalle vacanze, mi ha domandato se fossi "ingrassata ancora" ed è stato un duro colpo per me. Non che non sappia di essere grassa e di essere ingrassata, ma sentirmelo dire con tanta naturalezza, per di più con un ancora che lascia intendere che ero già abbastanza grassa prima, è stato terribile.
Comunque all'inizio di questo post disordinato e sconclusionato avevo intenzione di dirvi che il vero problema di questo periodo non è il peso. Il cibo è, come sempre, il mio capro espiatorio: mangio per sentirmi meglio e allo stesso tempo per fornire a me stessa una buona scusa per colpevolizzarmi e indirizzare tutta la rabbia sulla ciccia. Ci sono milioni di altre cose che mi fanno stare male ma la ciccia è così evidente, così vicina, così delineata, è un bersaglio comodo ed è - o almeno dovrebbe essere - anche facile da sconfiggere, molto di più delle nebulose paure che mi attanagliano e mi tolgono il fiato di punto in bianco mentre mi perdo nei miei pensieri.
Questa sera, comunque, si è conclusa la fase mondana dell'estate. Da domani riprendo seriamente in mano i libri e avrò molto meno tempo per uscire a strafogarmi di delizie grassissime. Le mie pause saranno dedicate agli esercizi ed allenerò corpo e mente insieme, come nel produttivo periodo di giugno alla fine del quale avevo perso un bel po' di centimetri e anche se ero grassa avevo un fisico più sano e scolpito.
Come nel più trito dei clichè, da lunedì studio e dieta.

lunedì 18 agosto 2014

"giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza"



Peso: 73,7 kg

La cosa brutta dello stare così male con se stessi è che si finisce per diventare odiosi anche con gli altri. Io sfogo la mia rabbia sulle persone che mi sono più vicine – il mio fidanzato, i miei genitori, l’amica più cara – mentre alle persone con cui sono meno in confidenza mostro sempre il mio lato più allegro e solare. È terribilmente ingiusto, lo so, ma so anche che con la maggior parte delle persone recito una parte e che solo con quei pochi che devono sorbirsi i miei sbalzi d’umore e la mia intrattabilità sono davvero me stessa.
Da qualche mese non ho voglia di fare nulla. Se dipendesse esclusivamente dalla mia (vacillante) volontà trascorrerei le giornate seduta alla scrivania a sfogliare svogliatamente un libro o a navigare pigramente su internet: facebook, mail, Blogger, Giallo Zafferano – “oh, come vorrei preparare questa ricetta per cena.” “Ma che dico? Sono già una palla di lardo ambulante, stasera bresaola di tacchino e pomodori sconditi.” – ancora facebook. A volte poi mi perdo a fissare il nulla per minuti interi, poi mi scuoto, mi arrabbio perché sto perdendo tempo, buttando via preziosi istanti della mia estate e perdo qualche altro minuto ad esaminare nella mente i motivi per cui sono una cretina: lavoro al mattino e vorrei dormire, quando non lavoro non riesco a dormire, non prendo impegni perché non ho voglia di fare nulla e a fine giornata mi maledico perché un’altra giornata è passata e non ho fatto nulla.
Non conosco i vostri gusti musicali perciò mi permetto di linkarvi una canzone di Guccini che rispecchia esattamente il mio stato d’animo di questo periodo, “Un altro giorno è andato”; la frase che mi tocca più da vicino recita: “Giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza.” Ecco, mi sembra che la maggior parte delle mie giornate non abbia senso, che se queste giornate non fossero esistite non solo non ne sentirei la mancanza, ma non me ne accorgerei neppure. Scorrono via come mare senza vento ed è già la seconda metà di agosto, l’estate sta finendo e io sono nella stessa condizione (fisica e mentale) di due mesi fa. Non posso neanche dire di essere triste, perché non sono davvero triste, sono troppo annoiata persino per essere triste, sono troppo annoiata.
Mi annoia lavorare, mi annoia non lavorare, mi annoia dover studiare per l’imminente sessione d’esami e mi annoia persino dover organizzare le serate. Non ho voglia di uscire, di pensare a come vestirmi, di mettere in ordine i capelli, supplire con abbondante fondotinta all’inesistente abbronzatura di quest’anno, di spendere soldi per drink che non dovrei bere, di vedere gente che mi dice che “sei troppo bella” e non si accorge che peso venti kg in più rispetto a quando ero troppo bella per davvero.
Però sono troppo stoica anche per abbandonarmi all’abulia totale. Una voce perentoria dentro di me mi rimprovera: “alza il culo ed esci.” Ed io obbedisco, perché non ho voglia di uscire ma ho ancora meno voglia di pentirmi di non essere uscita. Una parte di me non vuole uscire, una parte di me s’incazza con la parte di me che non vuole uscire. Forse sono bipolare. O sono semplicemente una pazza che ama languire nel dolore.
Il mio fidanzato me lo dice sempre. “Tu fai andare male le cose per potertene lamentare, decidi che un giorno dev’essere uno schifo e fai di tutto perché lo sia, così a fine giornata puoi dire che è stato uno schifo.” È vero, l’eroina tragica che è in me ha bisogno di potersi lamentare dello schifo che è la mia vita anche se la persona saggia e razionale che è in me (forse sono schizofrenica?) sa che la mia vita non è uno schifo: ho amici, salute quanto basta, denaro a sufficienza per togliermi più sfizi del necessario. Se volessi potrei godermi la mia estate e smettere di pensare così tanto e star male senza motivo.
Fosse facile. Voi lo sapete come e meglio di me: se la parte malata della nostra mente decide una cosa, la parte sana può fare poco per convincerla del contrario. Se la parte malata della nostra mente decide che siamo grasse, siamo grasse, e nulla può dissuaderci. Se la parte malata della mia mente decide che quest’estate fa schifo, che non ho nessuna ragione per sperare che oggi sia migliore di ieri e domani migliore di oggi, che sono brutta e antipatica e presto i miei amici se ne accorgeranno e mi lasceranno sola come merito, non c’è modo di liberarmi di questa convinzione.
Posso metterla da parte per qualche ora, posso decidere di uscire nonostante questa convinzione, posso persino provare a vedermi bella con un rossetto rosso fuoco e il total black che con i tacchi tredici toglie qualche chilo, ma non posso liberarmene e questo malumore dai confini incerti aleggia su di me da fine maggio. O forse da sempre, solo che in certi periodi si fa più spesso, come le nuvole prima di un temporale.
Sono le sei del pomeriggio, di un pomeriggio di metà agosto. Ho lavorato fino alle quattro ed avevo in programma di uscire con un’amica, invece sono salita sulla ciclette, ho pedalato fino alle cinque e mezza, poi le ho mentito dicendole che avevo appena finito di lavorare e s’era fatto troppo tardi per uscire, lei mi ha proposto un aperitivo, non le ho ancora risposto, fingerò di aver letto troppo tardi il messaggio e passerò le prossime due ore a meditare sulla mia cattiveria. Poi arriverà il mio fidanzato, cucinerà qualcosa di buono e io gli dirò che mi vuole grassa, litigheremo sul fatto che io non sono grassa, che sono fissata e che devo smetterla di volermi male. Sarà troppo tardi per uscire, ammazzeremo il tempo finchè non sarà ora di andare a dormire e io potrò pensare, mettendomi a letto, che “un altro giorno è andato, la sua musica ha finito, quanto tempo è ormai passato e passerà.”
[Scusate lo sfogo così cupo, ma mi è sembrato il modo migliore per mettere ordine nei miei pensieri ingarbugliati e so che potrete capirmi.]

sabato 16 agosto 2014

propositi fuori stagione



Peso: 73,8 kg
Peso percepito: 120 kg.

Mi sento gonfia ed enorme, come se mi fossi rimpinzata senza tregua per gli ultimi dieci giorni. E un po’ è vero, nel senso che ho mangiato tantissimi carboidrati – pasta quasi tutti i giorni, pane e pizza per due sere su otto – ma anche molte cose sane, tantissimo pesce, ad esempio. Eppure dieci giorni senza addominali, senza step e senza ciclette mi hanno fatta diventare una gelatina flaccida. Ho la pancia molle che sporge dai pantaloni e io non ho mai avuto la pancia, né queste orrende braccione flaccide che fanno sembrare la mia testa microscopica se confrontata con il corpo.
La sproporzione è evidente, non sono fatta per essere così grassa. Guardo le foto della vacanza e l’enormità delle mie braccia sembra quasi frutto di un fotoritocco, “non possono essere davvero così grosse”, mi ripeto guardandole. Allo specchio non mi sembrano così gigantesche, non sembrano dei tronchi malamente appesi alle mie spalle ancora magre. Ed è assurdo che mi veda più grassa in foto che allo specchio, visto che di solito è il contrario. Perciò credo più alle foto che allo specchio, perché ai tempi in cui allo specchio mi vedevo come un’ippopotama tremolante di ciccia le foto erano l’unico mio appiglio alla realtà, riuscivo a guardarmi in maniera più obiettiva, a vedermi (quasi) come mi vedevano gli altri.
Fatto sta che sono enorme. Enorme e demoralizzata, che è la cosa peggiore. Basta una settimana di sgarri per vanificare mesi di sforzi: una settimana sopra le 1300 kcal, senza fare la mia consueta ginnastica (eppure ho camminato tantissimo anche questa volta, mi sono arrampicata su per le scogliere della costiera amalfitana, ho scarpinato sotto il sole a Pompei…) e rimetto i tre chili persi con enormi sacrifici. È la storia della mia vita: mi impegno per tutta la settimana, faccio sport e conto le calorie, e poi basta una cena fuori per mettere su un chilo o due.
Ma non posso continuare a vivere così, devo mettere fine a quest’inferno e fare pace con il cibo. Ormai è questione di poche settimane, si tratta solo di aspettare che il dietologo da cui voglio andare – anni fa seguì una mia amica che non doveva perdere molto peso (una decina di kg)  che si è trovata molto bene con lui, è dimagrita senza sforzi eccessivi e soprattutto non ha più ripreso il peso perso – torni dalle ferie e poi prenderò un appuntamento e mi metterò nelle sue mani.
Forse è un modo per deresponsabilizzarmi, ma ho bisogno che qualcuno più esperto di me mi dica se posso rimediare ai danni del passato, voglio che il mio corpo smetta di essere “a risparmio energetico” perché sono stanca di fare tutta questa fatica e pesare sempre più di settanta kg. Sono anche stanca di continuare a pesarmi, ma questa è un’altra storia e non credo che nessun dietologo possa darmi una ricetta miracolosa per liberarmi dalla schiavitù nei confronti della bilancia. Perché di schiavitù si tratta: qualche anno fa me la portavo dietro perché non mi fidavo delle altre bilance, neppure di quelle delle farmacie, e quindi la mettevo sempre in valigia, così da non dovermene separare neppure in vacanza. Ora, complice il fatto che la nuova bilancia è di vetro e non sopporterebbe un viaggio in valigia, non lo faccio più, ma ho la cattiva abitudine di sbirciare nei bagni della gente per scovare una bilancia che confermi o smentisca il parere della mia. Lo so che è un’abitudine malata e che è veramente maleducato mettersi a curiosare nei bagni degli altri, ma è più forte di me. È un po’ come quando mi infilavo di nascosto nella dispensa di mia zia per mangiare le tavolette di cioccolata nascondendo gli involucri: il DCA mi ha spinta e mi spinge ancora a fare delle cose che razionalmente non farei mai.
Ed anche di questo ne ho abbastanza.
Solo che non voglio arrivare all’incontro col dietologo grassa e flaccida come sono ora, perciò sotto con gli esercizi e largo alla bresaola di tacchino, al petto di pollo dell’Aia e alle insalate di pomodori. Voglio pesare meno di 70 kg quando salirò sulla bilancia di quest’uomo (anche perché temo che non avrebbe mai la sfrontatezza di darmi una dieta per perdere venticinque chili, e invece è proprio quello che voglio, quindi magari se arrivo da sola a 69 o 68 posso dirgli di volerne perdere quindici e fa meno impressione).
Un bacio a tutte.

domenica 3 agosto 2014

dimagrire senza "prenderci gusto" - la riflessione della domenica parte seconda




Ieri rileggevo un po’ di vostri commenti ad un mio post in cui mi lamentavo dell'eccessivo potere che ha la rassegnazione alla grassezza sul mio abuso del cibo, e che mi hanno indotta a riflettere su una questione: ammesso che io riesca a sbloccare il mio peso e a dimagrire, riuscirei per una volta ad essere soddisfatta del risultato, ad apprezzare il mio corpo e a rimanere stabile in un range di un paio di chili oppure, come è già capitato in passato, mi farei "prendere la mano" perdendo totalmente di vista l'obiettivo e sfogando nella dieta paure che non c'entrano affatto con il corpo e con il peso?

La mia paura è che, persi cinque, dieci o venti kg, non riesca comunque a tirarmi fuori da questo stato di perenne insoddisfazione e che il peso finisca per diventare una scusa, un campo in cui sfogare la mia rabbia, la mia frustrazione, senza provocarmi alcuna gioia, come mi aspetterei.

Mi conforta, almeno in parte, il diverso stato d'animo di partenza. Sei anni fa, quando cominciai a perdere peso in maniera incontrollata, il mio obiettivo non era dimagrire. Perdere peso era una sfida, ogni kg che perdevo erano attenzioni che acquistavo, ed inizialmente era a quello che puntavo: volevo che gli altri si accorgessero che io non ero la ragazza forte, allegra e solare che credevano che fossi. Volevo che mia madre capisse quanto potesse essere dannoso dirmi che le cose che mi mettevo mi stavano male perché avevo il culone, volevo che i miei amici smettesero di considerarmi la spalla su cui piangere e si preoccupassero per me.

Al desiderio di attenzione era poi subentrato il desiderio di annullarmi. Mi sentivo stanca come se avessi cent'anni anche se ne avevo appena diciotto, nella mia vita c'era solo la scuola - una scuola pesante, che mi rubava tutte le energie - e mi sentivo sola e inutile.

Ora, per fortuna, le premesse sono diverse. Ho incontrato persone che mi hanno aiutata, mi sono rialzata dal periodo più buio, sono mediamente soddisfatta della mia vita, anche se molto si può ancora migliorare. Ora non voglio dimagrire per annullarmi, né per attirare le attenzioni degli altri - Anzi, ora mi farebbe comodo non averle affatto, quelle attenzioni, e non temere di destare sospetti se salto la cena o se rimango più a lungo in palestra. - ma per stare bene con me stessa. Per volermi bene, per smettere di odiare il mio corpo, di percepirlo come un nemico, così squallido, così disgustoso rispetto alla mente, pulita, determinata, limpida.

Ricordo che questo pensiero mi ossessionava, nel periodo dell'anoressia: come potevano convivere in me una mente così forte e un corpo così debole, così attaccato a bisogni materiali disgustosi? Avrei voluto diventare come quei monaci buddhisti che non mangiano per giorni, non per dimagrire, ma per liberarsi dalla prigionia del corpo, per imporre il dominio della mente.

Ora, dicevo, mi sono liberata di molti di questi pensieri malati. Non credo più di meritare di sparire, non penso di dovermi chiudere in casa perché sono abominevole, non soffro neanche più di attacchi di panico con la frequenza di un tempo, ho ripreso ad usare la metropolitana, ad andare a ballare, a fare la spesa nell'ora di punta. Ora, credo, potrei fare una dieta sana, equilibrata, accettando il compromesso tra quello che vorrei ottenere io e quello che mi può consigliare uno specialista. Ora che il mio obiettivo è stare bene, amarmi come mi amano gli altri, vedere il bello che vedono gli altri in me, fare pace anche con i miei difetti, forse potrei anche dimagrire come hanno fatto diverse mie amiche, seguendo diete elaborate da persone esperte, concedendosi qualche sgarro, gioendo per i risultati anche minimi (ricordo di aver sminuito bruscamente il giubilo di una mia amica che si esaltava per aver perso un chilo dopo due settimane di cura dal dietologo perché a me sembrava troppo poco, sproporzionato e inutile rispetto ai sacrifici fatti).Ora, mi dico, potrei uscire da quel maledetto meccanismo del "tutto o niente" che ha regolato la mia vita negli ultimi anni. Del resto, gli errori del passato devono pure servire a qualcosa, o no?