lunedì 5 ottobre 2015

"Prima il dovere, poi il piacere" o "Prima la passione, dopo il resto"?

Settimana scorsa la mia bilancia si è rotta: la sua rottura è capitata a fagiolo, dato che provenivo da giorni di festeggiamenti ed ero in procinto di partire per una vacanza post-laurea programmata da tempo, ed è tornata in attività solo oggi, grazie all'intervento risanatore di mio padre, ma la tradizione impone che ci si pesi al mattino, perciò non so ancora di preciso quanto sono ingrassata, ma so di essere ingrassata. 
Negli ultimi dieci giorni ho mangiato senza controllo, necessaria conseguenza dell'aver vissuto senza controllo: niente lavoro, niente studio, nessuna responsabilità. Ho programmato di non programmare nulla, e so che suona surreale, ma è l'unica possibilità che chi è abituato ad avere tutto sotto controllo ha per rilassarsi. Ho pianificato di perdere il controllo, proprio come anni fa pianificavo le mie abbuffate e le pregustavo per giorni, le studiavo nei minimi dettagli, ed eseguivo il piano con maniacale precisione. Così ho fatto solo quello che avevo voglia di fare e non ho avuto remore a declinare inviti, ho mangiato quello che avevo voglia di mangiare quando ne avevo voglia, ho detto quello che volevo dire senza sforzarmi di essere necessariamente carina con tutti, e l'ho fatto con leggerezza solo perché sapevo che sarebbe arrivato il momento di riprendere il controllo, e quel momento è oggi.
Yogurt. 60 grammi di cous cous con le verdure. Due ore di ciclette. Pomodori e 50 grammi di prosciutto crudo. Addominali.
Si profila un impegno lavorativo per la mattina di domani, per la quale avevo in programma colazione e shopping con la mia amica M., quindi accetto l'impegno e rimando lo svago. Prima il dovere e poi il piacere, non è così?
Mi tocca anche decidere cosa fare del mio futuro. Mi sono data domenica prossima come limite ultimo per prendere una decisione, perché questo limbo mi angoscia, in barba a quelli che mi dicono "ma prenditi qualche mese di riposo, te lo sei meritato". Come me lo sarei meritato, scusate? Laurearmi in tempo con un bel voto era il mio dovere, non ho fatto niente che non potesse fare chiunque altro, non ho fatto che il necessario, e mi sono già concessa una settimana di vacanza, mi sembra un "premio" onesto.
So di compagni di corso che progettano un anno sabbatico, sei mesi in estremo oriente, o semplicemente studiano per provare ad entrare al dottorato la prossima primavera. Io non potrei mai farcela, ho bisogno di un progetto a breve termine, ho bisogno di riempirmi le giornate, di fare qualcosa di costruttivo.
Davanti a me al momento un bivio: cercare lavoro nel mio campo - un campo insidioso, dal futuro incerto, un percorso forse frustrante, forse per altri aspetti invece estremamente arricchente - oppure iscrivermi ad un master che va in un'altra direzione. Una direzione che m'interessa, senz'altro, che mi intriga e mi affascina, ma che non è esattamente quello per cui ho studiato e che ho paura che possa, una volta abbandonato, mancarmi troppo.
L'unica certezza è che per adesso non ho voglia di rimettermi a studiare, come la mia amica R. che si è iscritta ad un'altra specialistica. Ho voglia di "sporcarmi le mani" con qualcosa di più concreto, di ricevere uno stipendio, di mettere da parte dei soldi per andare via di casa, non che non ci stia bene, ma ho voglia di essere indipendente, pienamente adulta. Mia madre, che invece teme l'arrivo di un distacco che si era già profilato un annetto fa, di questi tempi, poi rimandato per sua fortuna, mi invita a prendermi tempo per capire cosa voglio davvero, di non essere impaziente di avere uno stipendio, di continuare la mia formazione, anche se frequentare il master potrebbe impedirmi di tenermi il mio lavoretto attuale, una cosa di poco conto e senza prospettive, ma sufficiente ad assicurarmi una certa indipendenza economica, un'entrata stabile che da quasi sei anni mi solleva dal fastidio di dover chiedere ai miei genitori i soldi per uscire a mangiare. Sarebbe triste, ora, rinunciarvi, e tornare a dover rendicontare i soldi della benzina a mamma e papà. 
Non credo di essere avida se desidero uno stipendio "vero" a ventiquattro anni, se ho voglia di mettermi in gioco in qualcosa di diverso dalla rassicurante vita universitaria, di cominciare a progettare la mia vita "da grande".
D'altra parte le iscrizioni per il master chiudono a breve, e se mi metto a cercare lavoro e non lo trovo rischio di trovarmi senza lavoro e senza master, e iscrivermici l'anno prossimo non farebbe che allontanare il momento dell'agognata indipendenza. 
Mi sento come Alice nel Paese delle Meraviglie, intrappolata in un corridoio dalle molte porte, tutte chiuse, senza possibilità di sbirciare i sentieri che si aprono alle loro spalle, e senza sapere davvero che cosa voglio io per prima, che forse sono solo troppo impaziente di vedere il mio nome su una busta paga, o forse ho solo troppa paura di allontanarmi per sempre dalle cose che ho studiato e che amo, e che già anni fa hanno saputo trascinarmi via da un'altra facoltà alla quale ero già immatricolata, in un'università prestigiosa che prometteva molti sbocchi lavorativi, perché, come mi scrisse il mio migliore amico sul frontespizio di un libro che mi regalò anni fa, viene "prima la passione, dopo il resto."

giovedì 24 settembre 2015

la laurea ti fa bella e forse anche saggia

"Solo raramente riusciamo a soddisfare noi stessi; è quindi tanto più consolante avere soddisfatto gli altri."

Così scriveva Goethe ed è così che mi sento oggi. 
Ieri mi sono laureata, è stata una giornata densa, stancante e impegnativa, ma ho sentito più vivo che mai l'affetto delle persone che mi circondavano, che avevano trovato il tempo di essere lì, per me, per farmi coraggio, per applaudire, per festeggiare.
Erano tutti così felici, così orgogliosi, così fieri di me che mi sono sentita quasi in colpa di non riuscire a vedere in me quello che vedono loro. I miei genitori, il mio fidanzato che era più agitato di me, il mio migliore amico che aveva gli occhi lucidi. E io in mezzo al loro entusiasmo mi sono abbandonata ai loro abbracci, mi sono lasciata soffocare e contagiare dalla loro gioia. 
Anche sotto il diluvio universale, il vento gelido, la luce invernale che alle sei sembrava notte fonda, ho sentito fortissimo il calore di tutti loro, ho cercato di farmi convincere dai loro "bravissima", ho pensato di dovermi meritare, in qualche modo, tutti i complimenti.
L. mi ha detto un sacco di volte che ero bellissima, e lei non è il tipo da smancerie gratuite, è una persona molto introversa e poco incline al complimenti, quindi doveva pensarlo davvero. 
Mi ci sono sentita anche io, a tratti. Bella, come tutti continuavano a ripetermi, nonostante non fossi magra come avrei voluto. È quella bellezza raggiante dei momenti speciali, quando hai il sorriso ad illuminarti il volto e lo sai, lo senti.
Avevo un miscuglio di sentimenti dentro - gratitudine per tutte le persone che sono state con me, sollievo perché è andato tutto bene, contentezza per il bel voto, per quanto prevedibile, un pizzico di senso di colpa per aver passato il tempo dell'attesa a lamentarmi della pioggia e del freddo - che ieri sera non sono riuscita a prendere sonno prima delle tre e mezza.
Pensavo a quelle persone così orgogliose di me, e a come vorrei poterlo essere anche io, avere la stessa fiducia che loro ripongono in me e nelle mie capacità, la stessa sicurezza nei miei successi futuri.
E ho deciso che il più bel regalo che possa farmi, per quest'ultima (forse) fatica da studentessa, è cercare di avere più spesso il sorriso di ieri e di ricordarmi quanto mi sia sentita fortunata, uscendo dall'aula,  incontrando gli sguardi delle persone più importanti e sapendo che erano tutti lì per me, e che ci saranno sempre. Per una che ha l'angoscia della solitudine, del vuoto e del tempo che passa, non c'è niente di più bello dell'abbraccio di un amico che ha il sapore di una promessa, di un "per sempre".
Spero di non vacillare troppo presto, e che questo momento di pace possa durare per un po'.
 

lunedì 14 settembre 2015

"Mangia, tu che puoi!" - di divieti autoimposti e serate-rivelazione



Giovedì ho dato quell’esame sovrannumerario, quello che non volevo dare, che ho preparato in extremis in dieci giorni, che mi aspettavo andasse male e mi ero decisa ad accettare dal venticinque in su. Non voglio girarci troppo intorno, è finita che ho preso trenta e lode e tutti a dirmi che non avevano dubbi. Come al solito l’unica ad avere dubbi ero io, io che non so studiare per prendere venticinque, che se faccio una cosa deve essere perfetta, o niente. Non accetto la mediocrità, non mi concedo vie di mezzo: o tutto o nulla, tertium non datur.
Venerdì volevo recuperare le ore di sonno perse negli ultimi giorni di studio intensivo, ho tolto la sveglia, mi sono messa la mascherina, sono andata a letto alle tre per essere sicura di addormentarmi “in fretta” e ho pregustato la gioia di svegliarmi a mezzogiorno e fare colazione e pranzo insieme. Peccato che alle dieci mio padre, allarmato, abbia iniziato a chiamarmi dalle scale e poi, ancora più allarmato, sia piombato in camera mia chiedendomi se stessi male. Sapendo che di solito dormo fino a tardi soltanto quando il mio fidanzato dorme con me, deve aver temuto che fossi morta nel sonno.
Sabato e domenica sono andata in montagna con gli amici del mio fidanzato, non la mia compagnia preferita, come forse vi ho già raccontato, ma che questa volta, complice la presenza di un ultimo arrivato più ultimo arrivato di me - il nuovo fidanzato di S., quella che elimina i dolci e perde cinque chili in una settimana, ve ne ho sicuramente parlato – sono stati più piacevoli del solito.
Il programma, dato che il tempo faceva abbastanza schifo, era mangiare, dormire e giocare a carte. Queste ultime due cose meno di quanto avrei voluto, ma il punto “mangiare” è stato rispettato diligentemente. Abbiamo mangiato tantissimo sabato a cena e altrettanto domenica a pranzo, e il tutto lontano da ciclette, step o qualsiasi altro palliativo, eccetto una blanda passeggiata per il centro del paesello, a guardare le vetrine dei negozi di attrezzature per la neve e lo sci.
Sabato sera siamo andati a mangiare piatti tipici: bresaola, sciatt, formaggi a volontà, pizzoccheri. Dato che ero preparata al peggio – e, si sa, gli sgarri previsti da tempo e anticipati da giorni di restrizione sono ammessi – mi sono concessa pure una seconda mestolata di pizzoccheri, anche perché molti al tavolo erano già alla terza e quindi non avrei comunque fatto la figura dell’ingorda. Un amico di A. ha approvato la mia decisione suggellandola con un “mangia, tu che puoi”.
Quel “tu che puoi” ha avuto l’effetto di uno schiaffo in pieno viso, quello che ti arriva quando non te l’aspetti e sembra che faccia più male. Io posso mangiare. Nonostante siano anni che mi ripeto il contrario, io posso mangiare. Cioè, se mangio due forchettate in più di pizzoccheri non succede niente: la terra continua a girare intorno al suo asse, la gente al tavolo continua a parlare del colore dei mobili della cucina di D., il cameriere continua a offrire il bis agli altri e io non acquisto di botto dieci chili, il mio sedere non esplode nei pantaloni color senape che ho appena comprato da Zara e la sedia sulla quale sono seduta non scricchiolerà per colpa del mio peso eccessivo. Forse avrò la pancia più gonfia di quando sono entrata nel ristorante, ma nessuno ci farà caso, a nessuno fregherà nulla, solo io continuerò a pensarci per il resto della serata, forse della settimana.
Ma, di fatto, io posso mangiare. Non è come per R., che è diabetica e deve stare attenta al sale in eccesso, agli zuccheri, ai grassi. Mi ripeto che non devo, ma in realtà sono soltanto io a impedirmelo. Bella scoperta, direte voi. Non che fino all’altroieri pensassi che un meteorite avrebbe disintegrato la terra se avessi fatto il bis di qualcosa, ovvio. È solo che non avevo mai riflettuto a sufficienza su una cosa tanto banale: io posso mangiare. Ne ho lo stesso diritto degli altri, di quelli più magri di me che possono permettersi quello sgarro che io non mi voglio concedere e di quelli più grassi, che è giusto che facciano il bis, perché sono già grassi, e chissenefrega di una forchettata in più di pizzoccheri.
Io non devo mangiare meno degli altri, ho diritto ad abbuffarmi di pizzoccheri e uscire dal ristorante maledicendo l’ingordigia, ho il diritto di farmi riempire il piatto e dire, sorridendo, come l’amico di A. “non è per fame, è per gola”. Ho il diritto di mangiare “per gola”, senza sentire subito il bisogno di vomitare.
Ovviamente, come sempre al ristorante, finita la cena sono andata in bagno. Mi sono guardata allo specchio, mi sono vista enorme, ho sentito le dita della mano insinuarsi meccanicamente in bocca, cercare il punto della gola in cui so di provocarmi il vomito, ma mi sono fermata in tempo, come sempre. Questa volta però ho pensato anche che non basta piegarmi sul gabinetto, infilarmi due dita in gola e fermarmi poco prima di sentire il sapore acido dei succhi gastrici lungo l’esofago per essere soddisfatta dei miei progressi, il progresso vero è realizzare che non sono tenuta a vomitare dopo aver mangiato più del “necessario”. Come non devono farlo gli altri – e sono ben sicura che nessuno debba vomitare dopo aver mangiato troppo – non devo farlo neppure io.
So che a molte sembrerà una banalità, ma per me quella frase, detta per gentilezza, perché quel ragazzo – il solo, forse, degli amici di A. – mi trova simpatica, perché la maglietta nera attillata mi faceva la pancia piatta (prima della cena, è ovvio), è stata una rivelazione.
Noi possiamo mangiare, ragazze. Anche se ci ripetiamo che non dobbiamo farlo, che se mettiamo in bocca quel pezzetto di pane niente sarà più come prima, che la nostra pancia deve restare vuota, noi possiamo mangiare, ne abbiamo ogni diritto.
Un abbraccio!

domenica 6 settembre 2015

settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull'età

Scusate se sono un po' assente, cerco sempre di seguirvi ma ho paura di commentarvi e di aggiornare il blog perché temo di influenzarvi negativamente, dato che da qualche settimana a questa parte sto avendo (di nuovo) un pessimo rapporto col cibo. Me ne rendo conto, mi dispiace e mi sento in colpa, ma non ho la forza, la voglia, o la determinazione necessarie per invertire la rotta. 
Il cibo è la mia valvola di sfogo, l'unica cosa che riesca a controllare, mentre la mia vita corre troppo perché io possa starle dietro. 
Non è una giustificazione, è solo un'analisi della situazione: conosco solo un modo per assecondare il mio bisogno di ordine, di certezze, di stabilità ed è restringere. 
Non siate in pensiero, però, perché tanto il mio fisico ormai è abituato e quindi gli basta un pasto normale alla settimana per rifocillarsi e riprendere un chilo e mezzo, magari due, in via precauzionale.
L'ultima settimana di agosto è stata la peggiore, da questo punto di vista. Ho finito di scrivere la tesi, ho messo a punto la presentazione di un progetto di ricerca per partecipare ad un bando per un dottorato, ho iniziato a preparare un esame sovrannumerario per darlo, in extremis, la prossima settimana. E ho mangiato pochissimo, anche perché dovevo andare ad un matrimonio e mi sembrava che il vestito che avevo scelto mi scoppiasse addosso. Sono riuscita a ritornare a 59, ma non è bastato perché al matrimonio ho mangiato pochissimo. La parte più temibile, il buffet, l'ho superato riempiendo il piatto solo una volta con la scusa, raccontata a me stessa più che agli altri, che poi avrei avuto tutta una cena per strafogarmi, e durante la cena vera e propria ho finito solo una portata, mentre le altre le ho generosamente offerte ai miei commensali oppure minuziosamente sparse nel piatto così che sembrasse che avessi mangiato di più. Sì, mi sono piegata ai mezzucci di quando ero un'adolescente difficile, è patetico, lo so bene.
Però non avevo fame e non avevo voglia di alzarmi da tavola e vedere la stoffa del mio vestito tirare sulla pancia, così ho mangiato poco, solo quello che davvero mi piaceva e solo nelle dosi che mi permettevano di non sentirmi in colpa.
Questa settimana ho mangiato di più, anche perché sono stata a casa con i miei e non potevo liquidare i pasti con un pacchetto di crackers integrali. È bastato, comunque, per risuperare i 60 e forse domani rivedrò anche il 61.
So che quello che ho fatto, che faccio, è sbagliato, eppure per ora mi osservo sbagliare e archivio la faccenda nel fascicolo "dopo la laurea", al quale sto rimandando un sacco di cose di questi tempi: il riposo, lo shopping, le "coccole" a me stessa.
Per adesso non ho tempo. C'è quell'esame che non volevo dare ma che, ora che ho deciso di tentare, sto preparando comunque al meglio - e dire che ero partita dicendo che avrei solo sfogliato il materiale, l'avrei tentato e nel caso rifiutato a cuor leggero, mentre ora mi sono decisa che accetterò soltanto da 25 in su e quindi ho dovuto adeguare lo studio al target - c'è il colloquio per il dottorato, se mi ci ammettono, c'è la discussione della tesi.
C'è il futuro, poi. Il buio, la nebbia, l'incertezza. Ho paura di non sapere cosa fare, di scoprire che quello che pensavo mi piacesse in realtà non mi soddisfa più e ho paura dell'ignoto. Io sono una da certezze ferree, nella vita. Per la prima volta non so cosa ne sarà di me di qui a un mese e allora ho dovuto provvedere a crearmi un obiettivo tangibile per quest'ottobre nebuloso: essere magra.
Il che, per altro, mi dà anche l'occasione di riempire le mie giornate con una delle attività che mi riesce meglio e che mi fa sentire che è tutto sotto controllo: restringere. Non importa se non so se fare un master o inviare la mia candidatura per altri dottorati o sistemare il mio curriculum e cercare direttamente lavoro, l'importante è che, qualsiasi cosa io faccia, la faccia in una taglia 38, 40 al massimo. 
Una magra consolazione, davvero.
Potrei godermi serenamente questo blando inizio d'autunno, e invece mi riempio di cose da fare, non perdo occasione di punirmi, sono sempre più severa con me stessa.
Questo weekend mi sono presa una pausa e sia ieri che oggi sono andata a vedere la Formula1. Credo di avervi già accennato qualcosa riguardo la mia passione per le macchine, che sorprende sempre tutti quelli che mi conoscono - perfettina bambolina con i pantaloni a vita alta e le scarpe col tacco - e che è forse la più antica delle mie passioni. Non chiedetemi perché, c'è qualcosa che mi strega nelle macchine da corsa. Negli anni si è arricchita di quell'ossessione per l'effimero che mi tormenta - cosa, più di un masso di lamiera scagliata a 300km/h lungo una pista, ricorda quanto è transeunte e pericolante la nostra esistenza? - ma andare a vedere la Formula1 mi piaceva già da ragazzina, e dire che mio padre, prima che lo contagiassi io, non la guardava neppure in televisione. Oggi ero lì, a pochi metri dalla pista, e non pensavo al futuro, e stando in piedi a dimenare le braccia verso l'alto, con gli altri tifosi, non ho avuto la tentazione di nascondere il tremolio dei miei avambracci e quando hanno aperto i cancelli e tutti hanno invaso la pista ho corso per arrivare sotto al podio senza curarmi del fatto che mi ballassero le tette e che mi si sarebbe sbavato il trucco. Correvo per essere parte di una festa nella quale non era importante essere laureati o magri, bastava quella superficiale fede comune, l'affetto per una macchina è un pilota, ad unire tanti perfetti sconosciuti. 
E quando sono arrivata e ho fatto in tempo a vedere la premiazione, a scattare le foto, a farmi ricoprire di coriandoli tricolori, ho sentito che la mia fatica era stata ripagata, una sensazione che, purtroppo, non provo mai, anche se ho sempre l'impressione di correre, a perdifiato, verso una meta oscura.
E so che finché non capirò cosa sto cercando la mia corsa sarà frustrante e vana, ma per adesso mi devo accontentare di quelle piccole corse minori e delle loro mete che, per quanto frivole, mi regalano qualche attimo di sollievo.

giovedì 27 agosto 2015

e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà

Ho scoperto che una mia ex compagna del liceo soffre di disturbi alimentari. È stata lei a scrivermi per dirmelo, la settimana scorsa. Avevo messo un "mipiace" ad un link da lei pubblicato su Facebook, un articolo che parlava di una performer inglese rimasta in mutande e reggiseno a Piccadilly Circus per sensibilizzare contro i dca, e poco dopo lei mi ha scritto un messaggio privato.
Non ci vediamo da quasi sei anni, lei ha lasciato la scuola l'inverno dell'ultimo anno - non sopportava la pressione, era troppo stressata, ci aveva detto all'epoca la prof di filosofia - e poi ho saputo che ha dato la maturità da privatista, l'anno dopo, ma io non l'ho più vista, neppure per caso, in qualche locale in centro, com'è capitato con altri ex compagni che pure non ho più sentito di mia spontanea volontà. 
Eppure, nonostante non ci vedessimo né sentissimo mai, non ho mai pensato di cancellarla dagli amici di Facebook, mentre altri compagni li ho eliminati la sera stessa della cerimonia della consegna dei diplomi.
Sarà che il giorno in cui è comparsa nella mia classe, dopo essersi trasferita da un altro liceo, le ho detto che aveva dei capelli bellissimi. Lunghi, color miele, acconciati in dei boccoli perfetti, quando io avevo il mio caschetto sghembo di paglia alimentata a bioscalin. Lei rimase sorpresa dal mio complimento, forse per qualche secondo pensò persino che la stessi prendendo in giro - già tra i banchi circolava il suo nomignolo nuovo di zecca, Luigi XIV - ma io ero sincera, e lei lo capì e sorrise.
Non ci siamo dette più che qualche "buongiorno" al mattino, ogni tanto mi è capitato di parcheggiare accanto alla sua macchina e abbiamo fatto insieme la strada fino a scuola, spesso in silenzio, una volta sono andata al salone di bellezza gestito da sua madre e frequentato dalla mia migliore amica di allora. Lei era lì, che leggeva sotto un casco per la permanente, ma anche in quel caso, mentre io mi facevo fare un trattamento miracoloso che doveva dare nuovo vigore ai capelli, non scambiammo più che qualche parola.
Insomma, una di quelle persone che passano nella tua vita senza quasi lasciare traccia, un volto sull'annuario scolastico, e il ricordo della sua bella chioma dorata.  Negli anni, però, ho seguito la sua trasformazione in differita, tramite le foto che lei pubblicava su Facebook. L'ho vista farsi bruna, perdere una buona trentina di chili, farsi liscia, riprendere qualche chilo, tagliarsi la frangetta, perderli nuovamente.
Qualche volta ho sfogliato a ritroso le sue foto per osservarne l'evoluzione, con un istinto voyeuristico che a tratti diventava quasi ossessione. Le foto sulla spiaggia in costume, con le lunghe gambe abbronzate, le minigonne, i leggings, prova incontrovertibile per chiunque voglia dimostrare la propria magrezza. Io sono affascinata dalle ragazze in carne che dimagriscono, mi ricordano il mio glorioso passato, quando anche io ero visibilmente più magra ad ogni foto che mi veniva scattata, nonostante fossi sempre bardata di sciarpe e vestiti troppo larghi. 
Lei no, lei mi sembrava felice ed orgogliosa del suo nuovo corpo, che sfoggiava come si ostenta un bel gioiello o una borsa griffata. E invece, quel post. Nessuno parla di dca se non li vive. Non è come il cancro o l'abbandono degli animali, l'avrete notato tutte.
E deve averlo notato anche lei, quando le ho messo "mipiace". Non era presente al mio anno peggiore, ma qualcuno deve averglielo raccontato perché mi ha scritto chiedendomi "tu come stai, ora?" e non avrebbe usato 'ora' se non sapesse di un 'allora' in cui non stavo bene. 
Le ho risposto in maniera un po' vaga, e lei mi ha raccontato che lotta contro i dca da anni, che al liceo soffriva di binge (ed ha lasciato la scuola perché stava troppo male per reggere la maturità), prima era stata bulimica, poi anoressica, adesso a fasi alterne tra anoressia e bulimia.
Mi sono sentita stupida per aver invidiato la sua magrezza, ricordandola piuttosto in carne ai tempi del liceo, mi sono sentita superficiale per aver pensato che avesse finalmente deciso di chiudere la bocca e muovere il culo e mi sono sentita in colpa per tutte le volte che scandaglio i corpi della gente che incontro, guardo nei loro piatti, giudico le loro relazioni col cibo.
Cosa sappiamo noi, davvero, delle persone che ci circondano? Siamo autorizzati, noi, a dire con leggerezza di qualcuno che è troppo grasso, o troppo magro? Non dovrebbe la malattia averci insegnato a guardare oltre le apparenze? Non dovremmo essere diventate più sensibili, come poeti ed omosessuali? Almeno, questo vuole il cliché: le persone che soffrono sono più empatiche. Essere stato depresso ti aiuta a capire prima le persone. Se sei stato anoressico non giudicherai mai una persona grassa.
È davvero così? Io alle volte ho l'impressione opposta, che la depressione mi abbia inaridita, l'anoressia resa più cinica e stronza. All'amica del mio fidanzato che si vanta di aver perso 15kg in meno di un anno vorrei dire che è una dilettante, a E. che fa la scarpetta vorrei suggerire di non farla, alle mie giovani allieve di non mettere in mostra la pancia, se è flaccida.
Sono una persona più brutta di quanto gli altri credano. 
Anche lei, la ragazza del liceo con cui non avevo mai parlato, ha attratto la mia attenzione solo perché è dimagrita, altrimenti forse avrei dimenticato persino il suo viso. Invece lei si ricordava di me, della mia storia e di quella di M. e salutandomi mi ha detto che dobbiamo vederci, e mentre accettavo l'invito pensavo che sarebbe molto triste, rivedendola, scoprire di non essere più più magra di lei, anziché essere contenta della sua proposta.
Sono davvero una brutta persona. O forse lo siamo tutti, sotto sotto, troppo egoisti per capire davvero gli altri e le loro sofferenze. Del resto lo cantava anche De Andrè "per tutti il dolore degli altri è dolore a metà".

lunedì 17 agosto 2015

chili che pesano come macigni e sindrome bipolare

Ho aspettato a scrivere perché avrei voluto aprire con una buona notizia, essere carica e positiva, e invece i due chili che ho ripreso in vacanza sono ancora qui, e io me li sento addosso come se fossero venti.

Mi sento ingombrante, pesante, goffa. Sento la fatica nei movimenti, mi pare di occupare troppo spazio sul sedile della macchina, ho l'impressione che i vestiti mi tirino sul sedere, mi sembra di scoppiarci dentro. E razionalmente so che non è possibile, che la maggior parte delle cose che indosso non può starmi stretta perché, a parte l'ultima settimana prima di partire, non sono mai scesa sotto i 60kg e tanto dovevo pesare quando ho comprato le cose che ora mi sembrano troppo piccole. 
So che è tutto nella testa, che due chili non possono pesare così tanto, che non posso vedermi il sedere grande quanto un transatlantico negli stessi pantaloni che un mese fa mi sembrava che assecondassero bene i miei fianchi e mi facessero sembrare persino più magra. Eppure è così. Mi sento enorme, mi guardo allo specchio e mi vedo la faccia grossa, come se fosse cortisonica, e le cosce hanno ripreso a toccarsi (o forse non hanno mai smesso. O forse non hanno mai ricominciato e io vedo cose che non esistono, o ho visto cose che non sono mai esistite) e mi sento sporca, perché a me il grasso di troppo dà questa sensazione di unto, di schifo, come se non potessi essere davvero pulita neppure dopo dieci docce.
Potrei darmi da fare e liberarmi di questi due maledetti chili (e degli altri che ho intenzione di perdere) con la stessa ferrea disciplina con cui li ho persi ai primi di luglio, ma sembra che i chili ripresi siano più difficili da mandare via, come le ricadute dell'influenza. E poi non posso digiunare, perché ho bisogno di energie per scrivere la tesi, che devo consegnare ai primi di settembre, e se mangio poco e bene rimango stabile sui 61 abbondanti, se mangio di più sforo oltre il 62, se mangio poco e faccio tanto sport riesco a vedere il 60, ma mai per più di due giorni consecutivi. 
A fine mese ho un matrimonio, poi la mia laurea, poi le lauree di una serie di amici, tutti eventi ai quali mi ero ripromessa di arrivare abbondantemente sotto il 60. Per il matrimonio di fine mese mi accontenterei di rivedere il 59 di luglio, ma per la mia laurea sogno di essere 57 kg da prima ancora di sapere quando mi sarei laureata, praticamente dalla laurea scorsa, quando col vestito color crema e i boccoli sembravo una grassa bambola di porcellana.
In tutto ciò, comincio seriamente a credere di essere bipolare. Un giorno mi siedo a tavola con i miei parenti e mangio antipasto, primo e secondo (gli dèi hanno voluto che non mi piacessero i dolci, altrimenti avrei mangiato pure il dessert) e metto la salsa tartara sulle patate bollite, e la mia coscienza tace, e il giorno dopo esco con un'amica e la massima aspirazione della serata è riuscire a non mangiare né bere nulla, in una sorta di perverso Ramadan personale, il cui successo si misura nel sapore di menta del chewing-gum che ho masticato mentre la mia amica mangiava il panino con la porchetta, il gelato, la brioche a mezzanotte. Io dico no a tutto e mi sento imbattibile, riprovo quella sensazione di onnipotenza che provavo qualche estate fa, quando lo scopo dei miei giorni era andare a dormire con la pancia vuota e svegliarmi con i crampi allo stomaco.
Passa qualche sera, e mi ritrovo a festeggiare il compleanno del mio migliore amico con una maratona di cibo. Anche lui ha un rapporto non proprio sano con il cibo, quando l'ho conosciuto pesava 50kg di più e faceva merenda con la parmigiana fredda di sua mamma, poi c'è stato l'anno del suo dimagrimento, quando dava lezioni di vita e di dieta e voleva insegnare a me - a me - come si digiuna e quanto è bello sentire i morsi della fame, e correva come un disperato, di notte perché di giorno la vergogna e l'afa della città lo frenavano. Ora sta bene, ha ripreso qualche chilo dal suo minimo storico e alterna fasi di dieta punitiva e fasi di "mangiamo, ché la vita è breve". L'altra sera, complice il compleanno, che fa ticchettare più forte l'orologio del carpe diem, era una delle serate in cui la linea non conta, conta solo sfondarsi di cibo, il più possibile. E il suo fidanzato e un'altra amica gli andavano dietro, e continuavano a riempire i piatti all'aperitivo. Pasta fredda, olive, insalata di riso. Mangio voracemente un piatto, poi salto un giro, divorata dai sensi di colpa, poi mi lascio convincere ad andare io a riempire i piattini, e divoro anche i sensi di colpa. Poi andiamo al ristorante, perché l'aperitivo non ha soddisfatto abbastanza, poi in un parcheggio con spumante e pasticcini (che sollievo poter finalmente smettere di mangiare: lo spumante è dolce e non mi piace, i pasticcini li odio, non capisco come la gente possa mangiarne così tanti), poi finalmente a casa, ciclette. 
C'è che mi sembra che in me convivano due persone e che si sopportino anche poco: da una parte la salutista attenta alla linea che dosa carboidrati e proteine e prepara un menù settimanale perfetto, dall'altra la festaiola ingorda che non esita a pucciare le patatine fritte nella maionese. E quando provo a dire a me stessa che mangiare le patatine fritte con la maionese è un sacrosanto diritto - ho un'amica magrissima che fa l'aperitivo col bigmac e alle dieci è in grado di ordinare patatine fritte con scamorza filante e würstel e a mezzanotte sostenere di avere ancora fame - di ogni persona, ecco che mi torna in mente una frase che avevo scarabocchiato su un diario di scuola tanti anni fa: preferisci uno sfizio oggi o un bel vestito domani? E non so più cosa voglio, né cosa sia giusto volere.
Intanto mentre non vedo il cibo e non ci penso, mentre sono da sola e non mangio, mi sembra così facile dimagrire, ma ecco che poi compaiono gli amici, le cene, le sagre, e mi dimentico di ogni proposito. E quando mangio penso che non mangiare sia sbagliato, quando non mangio penso l'opposto. Mi perdono i digiuni e gli stravizi e intanto non sono mai "normale".

lunedì 3 agosto 2015

indovinate qual è stata la prima cosa che ho fatto al ritorno dalle vacanze!

Indovinate qual è stata la prima cosa che ho fatto appena messo piede in casa mia, dopo aver riallacciato la corrente e prima ancora di svuotare la valigia?
Esatto, mi sono pesata.
Anche se ero reduce da un pranzo con la famiglia del mio fidanzato durato da mezzogiorno alle sei. Anche se erano le sette di sera e io di solito mi peso al mattino. Anche se mi sentivo gonfia, pesante, obesa. 
Ovviamente la bilancia è stata impietosa: 61,8 kg.
Avrei potuto scoppiare in lacrime, infilarmi le unghie nelle cosce grasse e molli per sentire quanto fa male essere cicciona, salire sulla ciclette e pedalare per ore, invece ho stupito me stessa per la lucidità e la calma che sono riuscita a mantenere. Niente panico, Euridice. Non sono le condizioni giuste per pesarsi, lo sai, tra qualche giorno rivedrai i rassicuranti 59. Niente panico.
In vacanza non ho mangiato tanto, ma ho mangiato cose diverse dal solito (soprattutto molti più carboidrati) ad orari diversi dal solito e in maniera abbastanza disordinata, per esempio pranzando alle quattro o bevendo vino a stomaco vuoto. Devo solo riprendere le mie sane abitudini, recuperare la regolarità e il gonfiore e il peso di troppo scompariranno. Niente scenate isteriche, non voglio avvelenarmi l'anima di odio dopo che per nove giorni ho respirato tanta pace.
Ho avuto qualche momento di crisi, naturalmente, ma ho cercato di superarli senza lasciarmi sopraffare dal cattivo umore.
Momento di crisi n.1: martedì in spiaggia, prendo il sole sul bagnasciuga e sento una ragazza dire ai suoi amici "faccio un po' di ginnastica, sfruttando la resistenza dell'acqua, per togliere la ciccia." Loro, quattro maschi, la prendono in giro scherzosamente e lei aggiunge "io sono grassa più o meno come quella ragazza lì, no?" Quella-ragazza-lì sono io, non ci sono dubbi. Il nostro angolo di spiaggia è quasi deserto, ci siamo solo noi, loro e una famiglia di tedeschi nascosti da una tenda-ombrellone, quindi non c'è rischio di equivoci. Vorrei sprofondare nella sabbia con il mio costume color tortora che mi sembrava abbastanza generoso con le maniglie dell'amore, vorrei essere in metropolitana col cappotto, in università col maglione e la sciarpa. Invece sono lì, sotto lo sguardo indagatore degli amici della tizia che ora mi scrutano e mi pesano con gli occhi. Vi giuro, non mi sentivo così esaminata dai tempi in cui facevo danza e la maestra sceglieva le più magre per la prima fila. Per fortuna il loro responso, forse anche per gentilezza nei suoi confronti, è stato che non ero affatto grassa e che lei aveva delle fette di prosciutto deformanti davanti agli occhi. Poi è uscita dall'acqua e ho potuto constatare che era effettivamente un po' abbondante (ma i miei criteri di definizione della magrezza sono un po' rigidi) e discretamente flaccida però non l'avrei definita grassa, il che mi ha leggermente confortata.
Momento di crisi n.2: mercoledì sera, ora di cena e io non ho minimamente fame. Abbiamo fatto un aperitivo in spiaggia e per me potrebbe bastare, ma il mio fidanzato non considera un aperitivo a base di patatine e pecorino e miele un degno sostituto di una cena e scalpita per andare a provare un ristorante di pesce che abbiamo intravisto la sera prima. Mi lascio convincere ad ordinare una grigliata mista enorme perché bisogna prenderne minimo due porzioni e gliene lascio quasi metà, provocando l'inarrestabile cascata di domande: ma che cos'hai? Ho fatto qualcosa che ti ha dato fastidio? Perché non mangi? Sei triste? Fammi un sorriso. Tutte cose che aumentano a dismisura la mia ansia, perché odio rovinare le serate agli altri per colpa delle mie paturnie, e il senso di colpa mi rende ancora più cupa e taciturna e scatta il circolo vizioso: tristezza-senso di colpa-tristezza doppia.
Momento di crisi n.3: venerdì pomeriggio, ancora in spiaggia. Prendo il sole senza il pezzo sopra del costume approfittando del fatto che la spiaggia non è affollata ed è frequentata principalmente da adulti, poi io odio il segno del costume quindi quando posso mi piace prendere il sole senza. Arriva un gruppo di amici - tre ragazzi e la fidanzata di uno - e si fanno un po' di foto tra loro, poi uno, pensando che stia dormendo, dice: "hai fotografato anche il panorama della spiaggia? Prendi anche la sfilza di bionde vicino a noi." e gli amici aggiungono qualche battuta volgare sul bendidio offerto da me e dalle tre ragazze olandesi, anche loro in topless, sdraiate a qualche metro di distanza. Ho provato un moto di disgusto per il mio corpo, per il fatto di avere un seno o un sedere in grado di attirare gli sguardi degli uomini, ho provato disgusto per loro e per i corpi in generale. Ho ripensato a quando ero magra e andavo in spiaggia con i kaftani, a volte lunghi fino alle caviglie, o a maniche lunghe, per nascondere il mio corpo alla vista degli altri e alla mia, e per un attimo ho desiderato non aver perso l'abitudine di allora, oppure avere un corpo scarno e vuoto, come quando pesavo quindici chili in meno, perché nessun uomo lo guardasse. 
Però poi ho pensato che è sciocco vergognarsi di un corpo femminile se sei una femmina, è sciocco ed è sbagliato, e io non voglio (più) nascondermi. Così non mi sono rivestita, non mi sono messa di spalle, non mi sono tuffata in acqua per sottrarmi al loro interesse. Sono rimasta lì, a difendere con orgoglio il corpo che ho odiato per tanti, troppi, anni. 
Sul fronte cibo, comunque, ho avuto la fortuna di poter mangiare sempre poco a pranzo e camminare tanto, ma a cena ho ripetutamente sgarrato mangiando (e bevendo) troppo. Ho vissuto il solito dissidio interiore tra la tentazione di mangiare solo mezza porzione, di correre a vomitare tutto o di nascondere i cibi già masticati nel tovagliolo - tanto,  mi dicevo quando ero solita usare questa tecnica, il bello di mangiare è sentire il sapore delle cose, dopo averle gustate che senso ha mandarle giù? - e la voglia di dare un calcio alle mie ossessioni e vivere qualche giorno di normalità, vedere che cosa si prova a mangiare la pasta a cena per due sere consecutive e a mettere il miele nello yogurt tutte le mattine. E, sapete, è bello, anche se solo per qualche giorno. Riposante e rinfrescante come l'acqua cristallina del mare.
Un abbraccio a tutte!