Settimana
scorsa la mia bilancia si è rotta: la sua rottura è capitata a fagiolo,
dato che provenivo da giorni di festeggiamenti ed ero in procinto di
partire per una vacanza post-laurea programmata da tempo, ed è tornata
in attività solo oggi, grazie all'intervento risanatore di mio padre, ma
la tradizione impone che ci si pesi al mattino, perciò non so ancora di
preciso quanto sono ingrassata, ma so di essere ingrassata.
Negli
ultimi dieci giorni ho mangiato senza controllo, necessaria conseguenza
dell'aver vissuto senza controllo: niente lavoro, niente studio,
nessuna responsabilità. Ho programmato di non programmare nulla, e so
che suona surreale, ma è l'unica possibilità che chi è abituato ad
avere tutto sotto controllo ha per rilassarsi. Ho pianificato di perdere il
controllo, proprio come anni fa pianificavo le mie abbuffate e le
pregustavo per giorni, le studiavo nei minimi dettagli, ed eseguivo il
piano con maniacale precisione. Così ho fatto solo quello che avevo
voglia di fare e non ho avuto remore a declinare inviti, ho mangiato
quello che avevo voglia di mangiare quando ne avevo voglia, ho detto
quello che volevo dire senza sforzarmi di essere necessariamente carina
con tutti, e l'ho fatto con leggerezza solo perché sapevo che sarebbe
arrivato il momento di riprendere il controllo, e quel momento è oggi.
Yogurt. 60 grammi di cous cous con le verdure. Due ore di ciclette. Pomodori e 50 grammi di prosciutto crudo. Addominali.
Si
profila un impegno lavorativo per la mattina di domani, per la quale
avevo in programma colazione e shopping con la mia amica M., quindi
accetto l'impegno e rimando lo svago. Prima il dovere e poi il piacere,
non è così?
Mi
tocca anche decidere cosa fare del mio futuro. Mi sono data domenica
prossima come limite ultimo per prendere una decisione, perché questo
limbo mi angoscia, in barba a quelli che mi dicono "ma prenditi qualche
mese di riposo, te lo sei meritato". Come me lo sarei meritato, scusate?
Laurearmi in tempo con un bel voto era il mio dovere, non ho fatto
niente che non potesse fare chiunque altro, non ho fatto che il
necessario, e mi sono già concessa una settimana di vacanza, mi sembra
un "premio" onesto.
So
di compagni di corso che progettano un anno sabbatico, sei mesi in
estremo oriente, o semplicemente studiano per provare ad entrare al
dottorato la prossima primavera. Io non potrei mai farcela, ho bisogno
di un progetto a breve termine, ho bisogno di riempirmi le giornate, di
fare qualcosa di costruttivo.
Davanti
a me al momento un bivio: cercare lavoro nel mio campo - un campo
insidioso, dal futuro incerto, un percorso forse frustrante, forse per
altri aspetti invece estremamente arricchente - oppure iscrivermi ad un
master che va in un'altra direzione. Una direzione che m'interessa,
senz'altro, che mi intriga e mi affascina, ma che non è esattamente
quello per cui ho studiato e che ho paura che possa, una volta abbandonato, mancarmi troppo.
L'unica
certezza è che per adesso non ho voglia di rimettermi a studiare, come
la mia amica R. che si è iscritta ad un'altra specialistica. Ho voglia
di "sporcarmi le mani" con qualcosa di più concreto, di ricevere uno
stipendio, di mettere da parte dei soldi per andare via di casa, non che
non ci stia bene, ma ho voglia di essere indipendente, pienamente
adulta. Mia madre, che invece teme l'arrivo di un distacco che si era
già profilato un annetto fa, di questi tempi, poi rimandato per sua
fortuna, mi invita a prendermi tempo per capire cosa voglio davvero, di
non essere impaziente di avere uno stipendio, di continuare la mia
formazione, anche se frequentare il master potrebbe impedirmi di tenermi
il mio lavoretto attuale, una cosa di poco conto e senza prospettive, ma
sufficiente ad assicurarmi una certa indipendenza economica, un'entrata
stabile che da quasi sei anni mi solleva dal fastidio di dover chiedere
ai miei genitori i soldi per uscire a mangiare. Sarebbe triste, ora,
rinunciarvi, e tornare a dover rendicontare i soldi della benzina a
mamma e papà.
Non
credo di essere avida se desidero uno stipendio "vero" a ventiquattro
anni, se ho voglia di mettermi in gioco in qualcosa di diverso dalla
rassicurante vita universitaria, di cominciare a progettare la mia vita
"da grande".
D'altra
parte le iscrizioni per il master chiudono a breve, e se mi metto a
cercare lavoro e non lo trovo rischio di trovarmi senza lavoro e senza
master, e iscrivermici l'anno prossimo non farebbe che allontanare il
momento dell'agognata indipendenza.
Mi
sento come Alice nel Paese delle Meraviglie, intrappolata in un
corridoio dalle molte porte, tutte chiuse, senza possibilità di
sbirciare i sentieri che si aprono alle loro spalle, e senza sapere
davvero che cosa voglio io per prima, che forse sono solo troppo
impaziente di vedere il mio nome su una busta paga, o forse ho solo
troppa paura di allontanarmi per sempre dalle cose che ho studiato e che
amo, e che già anni fa hanno saputo trascinarmi via da un'altra facoltà
alla quale ero già immatricolata, in un'università prestigiosa che
prometteva molti sbocchi lavorativi, perché, come mi scrisse il mio
migliore amico sul frontespizio di un libro che mi regalò anni fa, viene
"prima la passione, dopo il resto."
