lunedì 12 gennaio 2015

c'è sempre un ma.



Peso: 66,5 kg



Oggi ho dato il primo esame di quella che, salvo inconvenienti, dovrebbe essere la penultima sessione d’esami della mia carriera universitaria. Ero angosciatissima, come sempre, e durante il febbrile ripasso di ieri mi sembrava di non essere più in grado di formulare un discorso di senso compiuto, di tirar fuori nozioni a caso in maniera sconnessa e incerta e oggi ho passato le due ore di attesa a prepararmi degli incipit ad eventuali domande. Ero convinta che sarebbe andata male e invece ho preso trenta e lode. La prof non mi ha neppure lasciato finire il discorso che avevo cominciato in risposta alla sua seconda domanda, si è dichiarata “piacevolmente colpita” dalla mia esposizione e mi ha liquidata dopo quindici minuti scarsi.

[Ormai non posso neppure più esprimere le mie ansie ai miei amici prima degli esami perché non mi prendono mai sul serio.]

Ho gustato il successo per qualche minuto, dopodichè la giornata è proseguita in maniera normale, troppo normale (ho lavorato due ore, non ho pranzato perché ero da sola, poi volevo premiarmi con un gelato ma tutte le gelaterie erano chiuse perché è inverno ed è lunedì) e così mi è scesa addosso una tristezza dalla quale non riesco a riprendermi.

Il mio problema è che sono un’inguaribile perfezionista e basta un’inezia a farmi passare dalla contentezza alla noia. Oggi avrebbe potuto essere una giornata bellissima, avrei potuto prendermi un pomeriggio di riposo, passeggiare in centro e magari andare un po’ per saldi, e invece si è risolta in un pomeriggio inconcludente e accidioso: volevo cominciare a studiare per il prossimo esame ma non ne ho voglia, volevo fare ciclette ma ho troppo freddo e troppa fame, volevo mangiare qualcosa ma ho aperto il frigo e non ho trovato nulla che mi stuzzicasse e mangiare fuori orario, per di più senza piacere, mi fa sempre sentire in colpa, tanto vale aspettare la cena con il mio pollo alla piastra scondito e le melanzane grigliate (amo le melanzane, sono la mia verdura preferita insieme alle zucchine).

Sono una perenne insoddisfatta.

Quando ho dato il primo esame universitario mi ero detta che avrei accettato qualsiasi voto sopra il ventiquattro. Al secondo anno era diventato ventisei. Al primo di magistrale ventotto. Non ho mai preso meno di trenta e dall’ultimo anno a questa parte, mi sento ridicola nel confessarlo, se non prendo trenta e lode non mi sento a posto con la coscienza. Questo per farvi un esempio di come funziona il circolo vizioso che regola la mia vita: più ottengo, più alzo le pretese.

È così anche con il peso. Perdo dieci kg e penso che potrei perderne venti. Ed è così che qualche anno fa mi sono ritrovata a perderne trentatré e a pensare che, tutto sommato, avrei potuto farlo prima, o in minor tempo.

Se dovessi dire qual è il sentimento che ho provato più spesso nella mia intera esistenza sarebbe proprio la sensazione che provo ora e che non riesco neppure a spiegare bene. Un po’ come se, avendo appena trovato in saldo la borsa che cercavate da mesi, nel momento in cui la comprate vi accorgeste che forse quell’altra, quella che avete visto quel giorno in quella vetrina, vi sarebbe piaciuta di più. Un po’ come se otteneste un tavolo in un ristorante senza aver prenotato ma quell’altro tavolo, nell’angolino in fondo a sinistra, forse sarebbe stato più bello. Un po’ come se aveste appena fatto il pieno alla macchina e vi venisse in mente che c’era quell’altra pompa, dove la benzina costa sempre un po’ di meno. Un po’ come se aveste completato un puzzle da cinquemila pezzi ma nutriste ancora qualche dubbio sui tasselli del cielo, che sono sempre tutti dello stesso blu.

Come se ci fossero anche le premesse per essere più felice ma

p.s.
Vorrei tornare negli Stati Uniti. Quanto mi mancano le vacanze e quegli sprazzi di leggerezza nei miei pensieri cupi.

21 commenti:

  1. Nelle tue parole, Euridice, riconosco lo stesso vago, triste e fastidioso sentimento che provo a intermittenza da sempre.
    La sensazione di non fare, di non essere mai abbastanza...
    ...alla fine credo sia un po' il dramma del nostro destino di esseri umani: tante possibili strade, tanti traguardi e potenzialità, ma tempo ed energie limitati.
    Quella Parca crudele che tesse un filo abbastanza lungo perché noi ci mettiamo a caccia di chimere, ma lo taglia prima che noi si abbia afferrata una parte infinitesima dei nostri sogni...
    L'unica soluzione è scegliere pochi obiettivi - anche uno solo - alla volta da perseguire al meglio, e lasciare che il resto vada come può.
    Ho sempre pensato che sia meglio arare in profondità che in estensione, ma quel poco di vita che ho vissuto mi ha fatto vacillare in questa convinzione.
    Ecco un obiettivo che dovremmo coltivare: l'indulgenza verso noi stesse, uno sguardo più dolce e comprensivo.

    P. S. = La fotografia in chiusura è di una bellezza struggente, così illustrativa delle sensazioni che descrivi a parole.
    Ho avuto anch'io la fortuna di visitare N.Y., a diciotto anni... quel sogno vorticoso di sole, vetro e cemento che nemmeno la barbarie degli uomini è bastata a spezzare...

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    1. Anche io cerco sempre di concentrarmi su un obiettivo per volta, anche perché il mio perfezionismo patologico m'impone di riuscire al meglio in tutto ciò che faccio, fosse anche una sciocchezza (ad eterna memoria conservo lo scontrino di una piega da 49€ fatta appositamente per andare ad una festa a tema anni "film celebri" alla quale volevo vestirmi da Sandy nell'ultima scena di Grease. Non accetto compromessi neanche nelle cretinate!) ma a volte non basta per mettere a tacere la mia coscienza.
      Sull'indulgenza sono totalmente d'accordo, ma come si fa?
      p.s.
      Io amo New York, ma soprattutto amo l'ottimismo e la forza degli americani. Tanto tempo con loro e non ho imparato nulla! :)

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  2. Mi ritrovo in ogni tua parola, sia relativamente all'università che relativamente al peso.
    Non è il voto in sé, non è il peso in sé, è l'aver sfidato me stessa, l'essermi superata.
    Soddisfazione del tutto momentanea, basta un nonnulla e penso che avrei potuto fare meglio.
    Stessa situazione per un esame che ho fatto qualche giorno fa: un esame con un programma enorme, un sacco di bocciati, interrogazioni durate più di un'ora.
    30 e i complimenti della professoressa per il modo in cui avevo studiato, sono uscita da lì euforica anche perché finalmente avevo la netta sensazione che quello non era un 30 regalato, quei professori ti spremevano fino all'ultima goccia ed avevo davvero combattuto per quel voto.
    Tempo un'ora e mi sono chiesta cosa mi manchi per la lode.
    Tempo che l'esame fosse convalidato sulla piattaforma online (che ti calcola automaticamente la media ad ogni esame aggiunto) e mi sono chiesta perché una media del 29 e non del 30.

    Il desiderio di perfezione mi assilla e più mi ci avvicino più sposto l'obiettivo.
    La mia felicità sembra sempre essere qualche passo avanti, perennemente irraggiungibile.
    Ma si può vivere sentendosi sempre inferiore?
    Che poi, inferiore a chi??

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    1. Inferiore alle nostre stesse richieste, inferiore all'idea costantemente perfettibile che abbiamo di noi. Più ci avviciniamo alla (presunta) perfezione, più spostiamo l'obiettivo, hai detto bene. Un circolo vizioso apparentemente senza vie di scampo: l'obiettivo che un tempo era passare l'esame diventa prendere più di 26, poi 30, poi la lode, poi mantenere la media del 30...e lo stesso giochetto perverso vale per tutto.
      Alle volte vorrei vedere la mia vita con gli occhi degli altri e gioire dei miei successi come fanno il mio fidanzato o i miei amici al mio posto!
      Un bacio!

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  3. Tutti gli esempi che hai fatto li sento miei e li provo in continuazione: finisco sempre a pensare di essere inferiore/non adatta/non abbastanza per ogni cosa. Ti prego non cedere, resisti a queste sensazioni e prova ad imparare a gioire dei momenti belli!
    Complimenti per l'esame!
    Baci

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    1. Che incubo, è davvero estenuante vivere all'altezza delle proprie aspettative. Ho tante volte criticato delle amiche che si sforzavano di essere perfette per compiacere i loro genitori o fidanzati ma non penso di essere migliore io che mi condanno da sola ad una disperata ricerca della perfezione ad ogni costo.
      Un abbraccio e grazie! :)

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  4. mi vedo moltissimo in quello che dici.. in quella continua insoddisfazione.... 25? no 28.... 28?no 30.... 30? vabe ma....
    abbiamo sempre da ridire e a volte è nervoso... è straziante e pesante.. però pensa che non sei sola... siamo sempre tutti sulla stessa barca...
    co,unque complimenti per il voto!!! sei un orgoglio!!!! quindi FORZA!!!!

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    1. "Mal comune mezzo gaudio"? Sì, è vero, mi sono sentita molto meno sola leggendo i vostri commenti anche se, sapendo come mi sento io, non dovrei essere contenta sapendo che provate le stesse sensazioni. Non vorrei dover augurare questa perenne insoddisfazione a nessuno.
      Grazie per il sostegno, comunque, e un bacio!

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  5. Io provo qst sensazione di inferiorità legandola alla capacità normale altrui, 1 po' quello ke mi inculca mia madre: prendo 30 all'esame? Ok ma alla fine ho solo studiato, non mi sn rotta in 8 ore di lavoro quindi nn posso vantarmene xk nn è 1 vero sacrificio. Studio e basta,nn lavoro nn pago bollette, nn vivo da sola, nn ho responsabilità...è qst ke mi fa sentire inferiore....cm se vivessi in 1 mondo ovattato di cui mi do la colpa. 21 anni....male xk nn convivi, male xk nn lavori, male xk stai cn il culo sulla sedia, male xk vai a scuola, male xk nn hai figli, male xk devi fare qualcosa nella vita, male xk sei stupidamente normopeso....tutte le tiritere ke mi ripeto dalla mattina alla sera. Prendere 1 bel voto mi fa sentire in colpa, quasi volessi il gioco facile e statico: libro, ripeto, 30, ciao ciao.....ma nn ho mai avuto 1 considerazione più bassa di me cm da 2 anni a qst parte

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    1. Io in realtà non ho mai applicato alla mia insoddisfazione il pensiero "studio e basta". Forse perché non ho mai pensato che sia una cosa da poco, né nessuno mi ha mai indotto a pensarlo. Credo che lo studio sia, a suo modo, un lavoro e credo di starlo facendo bene, meglio di molti altri miei amici. Non è questo il punto, non è che considero gli altri superiori a me, è che considero me stessa inferiore a come vorrei essere. So che è un discorso contorto, ma so anche che solo voi potete capire.
      Un bacio!

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  6. La parte tra parentesi quadre si adatta perfettamente anche a me... Da sempre. È una cosa che detesto, perché conferma che tutti si aspettano che io prenda 30, al punto da darlo per scontato... E se un giorno prendessi un voto di merda? Quando vado a dare un esame so di essere preparata, l'ansia che provo non è legata alla paura di non passare, quanto alla pressione delle aspettative altrui. Chiaramente sono la prima ad essere contenta di avere una media alta, ma sicuramente il desiderio altrui e le loro aspettative hanno un certo peso. Non ho alcun talento, l'unico pregio che io abbia mai avuto è quello di essere "brava negli studi"... Se fallissi in ambito universitario, non mi verrebbe riconosciuto alcun pregio. Fortunatamente ciò vale solo per i parenti e non per gli amici (ormai la mia amica A. sa che mi piace sentirmi dire che posso - nel senso che ho il diritto di - non passare xD)... Io non voglio fallire, anche perché in realtà non faccio chissà quale sforzo per mantenere la media, ma vorrei avere il diritto di farlo xD magari ti sembrerà assurdo come discorso e ammetto di non essermi spiegata molto bene (sono in bus), ma spero di aver chiarito il mio pensiero.

    Se non puoi trarre soddisfazione dalle cose che fai, cercala nelle cose esterne... Nei gesti carini che vengono fatti nei tuoi confronti, nelle piccole cose come una nevicata o una bella giornata di sole. C'è sempre qualcosa che può dare una connotazione positiva alla giornata e non è necessario che sia legata al tuo impegno/successo.

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    1. Non mi sembra per nulla assurdo il tuo discorso, anzi, rispecchia esattamente quello che penso! Anche per me parte dell'ansia pre-esame è data dalle aspettative altrui: ormai tutti si aspettano che io prenda un voto altissimo, tutti scherzano sui miei successi universitari, tanto che ormai una mia amica non mi chiede neppure che voto abbia preso ma mi scrive soltanto "cum o sine (lode)?" e penso sempre che se dovessi prendere un ventinove ne rimanerrebbero più delusi di me. Il diritto di fallire dovrebbe essere inserito nella carta dei diritti dell'uomo!
      Per ora mi accontento quasi sempre delle soddisfazioni esterne anche se Seneca disapprova l'idea di affidare agli altri la propria felicità :)
      Un abbraccio!

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    2. In realtà siete voi a non concedervi il diritto di essere perfette, gli altri non c'entrano.

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    3. Razionalmente sì, probabilmente agli altri frega relativamente poco di questi discorsi paranoici, è che io - noi, mi pare di capire - proietto i miei pensieri e le mie aspettative sugli altri. E se un mio amico, in tono scherzoso, dice che se non prendo trenta ad un esame crollano tutte le sue certezze e non crederà più neppure nella forza di gravità, io razionalmente SO che non pensa davvero che io non sia autorizzata a prendere meno di trenta ma inconsciamente è come se nelle sue parole si adombrassero le mie fissazioni. Un discorso contorto, lo so, ma chi si trova nello stesso circolo vizioso di "aspettative alte --> aspettative soddisfatte --> aspettative sempre più alte" può sicuramente capire.

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  7. hai appena descritto me, forse ha descritto un po tutte.... raggiungiamo risultati, anche importanti a volte, gioiamo qualche secondo e poi...si ma tanto lo fanno tutti! si ma tanto non è granchè, si ma tanto non vale molto!

    che poi esiste davvero per noi la felicità?!

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    1. Io mi auguro di sì.
      A volte mi convinco che no, non sarò mai felice, non sarò mai orgogliosa di me stessa per una giornata intera, non proverò mai una gioia pura, non incrinata da qualche pensiero distruttivo, ma una parte di me ci spera ancora, spera di poter imparare ad essere felice.
      Un bacio!

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  8. mi ritrovo parola per parola ed ho sorriso a leggere i commenti delle altre perché, chi più, chi meno, ci sentiamo tutte così. La sensazione di "Potevo studiare di più" a volte mi fa pensare che sarebbe meglio non studiare. Incrocerei le dita perché mi chiedesse l'unica cosa che so anziché pregare perché non becchi proprio quella che non so! Non penserei di essermi fatta il mazzo invano e se ricevessi una batosta sarebbe meritata.
    La sensazione di noia, di nulla, di vuoto io la provo sempre anche se non riesco ancora a non rimediarvi senza abbuffarmi. è impossibile per me. Quando mi sento come descrivi io mi abbuffo. In fondo lo concepisco come un modo per riempire quella giornata, no? Ti stringo forte... PS: sei molto molto bella, complimenti!

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    1. Pensa che al liceo vivevo in una situazione di perenne dicotomia. Io ero molto brava nelle materie umanistiche e ci tenevo a prendere sempre il massimo mentre le materie scientifiche non erano proprio nelle mie corde, magari sapevo benissimo la teoria ma non riuscivo a fare gli esercizi, ma la cosa non mi creava affatto problemi. Un 7 in greco per me sarebbe stata un'enorme delusione, motivo di rabbia e frustrazione per giorni, mentre un 7 in matematica mi avrebbe proiettata nell'olimpo degli studenti. Prendere 4 in fisica non mi infastidiva, ma se avessi preso 4 in filosofia probabilmente mi sarei ritirata da scuola. Boh, è una cosa molto strana da spiegare, era come se sapessi che il mio campo di studi era quello e che in quello dovevo essere sempre perfetta, mentre potevo concedermi la normalità in altre materie.
      Per quanto riguarda la sensazione di vuoto e noia io non la riempio mai con il cibo, anche perché io collego sempre il cibo alla compagnia e alle cose belle e quando sono triste e sola potrei morire di fame senza accorgermene!
      Un abbraccio e grazie per i complimenti totalmente immeritati!

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  9. Io penso che, quantomeno in linea teorica, nel tuo atteggiamento non ci sia niente di sbagliato: anzi, penso che cercare di fare del tuo meglio, sfruttando al massimo le tue capacità, in sè per sè sia un'attitudine positiva. Penso sia sempre positivo, in generale, cercare di fare del proprio meglio, e non accontentarsi di un qualcosa, quando siamo consapevoli che impegnandoci più a fondo possiamo ottenere di più di quel qualcosa. Accontentarsi, in fin dei conti, significa fermarsi: se ti accontenti non hai la spinta a migliorare, rimani limitata... mentre invece, voler dare il massimo la vedo come un'attitudine positiva.
    Ovviamente, però, anche questo ha i suoi limiti: se il cercare di dare il massimo deve diventaare una fonte di stress, un qualcosa che ti fa stare male o ti fa sentire in colpa (???) allora ecco che la spinta positiva a tirare fuori il meglio di te si trasforma in un qualcosa di patologico, che ti mette solo sotto pressione e ti fa stare male... ed allora non ne vale più la pena.
    Quindi, secondo me, dovresti provare a cercare una via di mezzo: cercare di fare del tuo meglio, sì, questo è sacrosanto, ma senza che questo diventi per te una fonte di stress, e men che meno una tensione continua verso una "perfezione" che non esiste, ma che ti fa solo smarrire il senso del viaggio.
    Ti abbraccio forte forte...

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    1. I latini elogiavano l'aurea mediocritas, intendendo con 'mediocritas' non certo la mediocrità con la sua accezione negativa che ha assunto nell'italiano, ma la sana via di mezzo, il giusto equilibrio. Perché è vero che "chi si accontenta gode...così così" come canta Ligabue, ma è anche vero che chi non si accontenta non gode mai. E io non mi accontento mai, nelle piccole cose come nelle più grandi.
      Non potrei mai essere pigra, e di questo sono contenta perché so che sono in grado di portare a termine tutti i progetti che inizio, ma a volte questo, come giustamente dici tu, mi fa perdere di vista il senso del viaggio, mentre punto direttamente alla meta.
      Un bacio!

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  10. Sono rimasta indietro un bel po' e mi sto aggiornando adesso. Incredibile come queste parole siano vicinissime a me ed è incredibile trovare altre menti che funzionano come la tua, specie quando pensi di essere sola nell'universo.

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