venerdì 18 dicembre 2015

cercasi spirito natalizio disperatamente

A me il Natale è sempre piaciuto, ho sempre amato fare i regali, anche quando, al liceo, ero impegnata con lo studio fino all'ultimo e mi riducevo a comprarli quasi tutti il ventiquattro. Ho sempre osservato una sorta di rito della preparazione dei pacchetti: una sera con le musiche natalizie in sottofondo, tutto il necessaire per impacchettare e profluvio di frasi mielose per i bigliettini, ché a Natale si è tutti più buoni. 
È tradizione che organizzi una cena di Natale per i miei amici, che si è sempre fatta a casa mia, e che ho sempre sfruttato da "prova generale" per il pranzo di Natale, studiando dei nuovi modi per piegare i tovaglioli, per sistemare i bicchieri o anche per sperimentare qualche piatto. 
Insomma, il Natale - e più ancora del Natale in sé il periodo che lo precede, da buona leopardiana - mi è sempre piaciuto. E, anzi, ho sempre provato un po' di fastidio per quelle persone che dichiarano di odiare il Natale (tra cui il mio migliore amico) e un po' di pena per quelle che dicono di non "sentirlo" affatto. E non è neppure una questione di fede, perché io non sono credente, è soltanto che l'ho sempre trovata una bella festa, un'occasione per stare con parenti e amici che si vede poco e per scambiarsi più affetto del solito.
Eppure quest'anno sta capitando anche a me: Natale è dietro l'angolo e io non provo quell'entusiasmo infantile degli anni scorsi, e ho vissuto la ricerca dei regali con ansia, più che con piacere. Ho anche fatto delle scelte di cui non sono convinta, solo per non doverci più pensare, ed è una cosa contraria alla mia politica, di solito comincio a pensare ai regali di Natale con mesi di anticipo, mi appunto le idee che raccolgo e sono quasi sempre soddisfatta dei risultati.
A incrinare il mio mood natalizio c'è senz'altro il confronto con l'anno scorso, quando io e il mio fidanzato siamo andati dalle mie zie e cugine negli Stati Uniti e sono state settimane meravigliose, nonché il fatto che quest'anno lo passeremo da mia zia, la sorella di mia madre, perché anche i miei nonni saranno lì e mia madre vuole passare il Natale con la sua famiglia. Desiderio condivisibile ma non applicabile al resto della sua famiglia, dato che negli ultimi ventiquattro anni mia zia e i miei nonni sono venuti da me per Natale solo due volte, mentre negli altri ventidue casi o siamo andati noi da loro o abbiamo fatto il Natale separati. Insomma, la statistica non lascia spazio a dubbi: ai parenti di mia madre di passare il Natale con lei non importa più di tanto.
Peccato che mia zia viva a qualche ora di treno da casa mia, quindi passare il Natale da lei vuol dire trascorrerci diversi giorni e di conseguenza lasciare amici e fidanzato (che lavora fino alle 18.00 la vigilia di Natale, quindi anche volendo non riuscirebbe a raggiungerci) a casa. E, se vogliamo aggiungere una nota di frivolezza che non stona mai, significa anche rinunciare alla mia ciclette, al mio tappetino con i pesi, alla mia bilancia. Esule in terra straniera e costretta ad ingrassare inconsapevolmente in compagnia di parenti stretti ma con i quali ho rapporti piuttosto blandi durante il resto dell'anno e questa volta non avrò neppure la scusa degli esami universitari imminenti per isolarmi in una stanza con i libri aperti e la mente altrove.
Insomma, si prospetta un Natale non dei migliori, in questi giorni sono triste e nervosa e ho paura di salutare il 2015, perché è consuetudine che gli anni pari mi riservino sempre delusioni. E in più sono grassa. Mi vedo grassa, mi sento grassa, e triplicare lo sport e dimezzare l'introito calorico fino ad ora non ha portato i risultati sperati (cioè, ho perso quattrocento grammi, ma il weekend in arrivo è costellato di cene di auguri, li riprenderò con gli interessi non appena mi sarò seduta a tavola).
Vorrei chiudere gli occhi e risvegliarmi il ventisei dicembre o, meglio ancora, il primo gennaio, dato che il capitolo capodanno è un'altra spina nel fianco. Credo di aver avuto così poco spirito natalizio soltanto nel periodo buio della bulimia, Natale 2009, quando le feste rappresentavano un serio attentato alla salute del mio esofago e vomitavo cinque o sei volte al giorno.
Tra oggi e domani conto di finire gli ultimi regali e questo pomeriggio ho in programma un giro in centro (perché vi confesso che quasi tutti i regali fino ad ora li ho comprati via Amazon, Boscolo o simili, facendo uno shopping del tutto virtuale davanti allo schermo del computer) e spero che le strade illuminate, l'albero di Natale in piazza e le canzoncine nei negozi mi facciano ritrovare un po' di spirito natalizio.
E voi, di che partito siete? Elfi di babbo Natale o Grinch? (Viellina, se stai leggendo sappi che è superfluo che tu risponda a questa domanda! <3)

P.S.
Vi segnalo, in chiusura, il giveaway natalizio a tema libresco del blog di Minerva, al quale avrei voluto dedicare un post intero per parlare delle mie letture preferite e scoprire le vostre ma poi è venuta fuori questa cosa sul Natale e, vabbè, non è detto che non lo faccia nei prossimi giorni. Comunque vi invito a partecipare (è tutto spiegato nel blog di Minerva, quindi non mi dilungo sulle modalità di partecipazione) e anche a seguire il blog, Minerva è una ragazza splendida che ha un modo di scrivere e raccontare la sua vita di cui vi innamorerete presto, e poi ha una carica e una vitalità invidiabili, nonostante la sua giovane età (o forse proprio grazie a quella? Chissà!). Comunque sulla poltrona sotto l'albero per me al momento c'è La Luna e i Falò di Pavese ma l'ho quasi finito, quindi si accettano suggerimenti natalizi! 
Ed ecco il link diretto al post! 

lunedì 14 dicembre 2015

la botte piena e la moglie ubriaca - la maledizione degli eterni insoddisfatti

Buonasera ragazze, come state? Per me questo è un periodo piuttosto sereno, tanto che ho quasi paura di ammetterlo, ché lo scivolone della sorte è sempre dietro l'angolo. Sono tornata da poco da un lungo ponte trascorso a Roma col mio fidanzato, la mia amica S. e il suo fidanzato. Era il mio regalo di laurea da parte di fidanzato e suoceri e non avrei potuto desiderare regalo più bello: Roma è meravigliosa e me ne innamoro un poco di più ogni volta che la vedo. Non mi stanca mai, potrei ripartire domani ed essere di nuovo emozionata come due settimane fa, con l'ansia di chi vuole vedere tutto e rivedere tutto un'altra volta. Che poi, a Roma non si finisce mai di vedere tutto quello che c'è e, ammesso che ad un certo punto vi si riesca, ci sarebbe da vedere Campo dei Fiori in primavera, il Pincio sul principio dell'autunno, il foro incendiato dalla calura estiva.
Roma ha tutto quello che il mio animo di eterna insoddisfatta cerca: la maestosità e la malinconia, lo sfarzo e la decadenza. 
Tra le cose più toccanti di questa gita romana c'è stata una passeggiata sull'Appia antica; camminavo sui lastroni posati quasi duemilacinquecento anni fa e intanto mi risuonavano nella testa i versi di una delle mie canzoni di Guccini preferite, Vite: "E percorriamo strade non più usate | figurando chi un giorno ci passava | e scrutiamo le case abbandonate | chiedendoci che vite le abitava, | perché la nostra è sufficiente appena, | ne mescoliamo inconsciamente il senso; | siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso". 
Roma mi fa sentire così: al centro di un palcoscenico misterioso ed immenso sul quale si respirano migliaia di vite ricche e piene, mentre la mia tante volte mi pare così priva di senso.
E poi abbiamo noleggiato un motorino per emulare i protagonisti di Vacanze Romane e abbiamo costeggiato il Lungotevere superando tutte le auto in coda, siamo arrivati al parco degli acquedotti prendendo un sacco di freddo e davanti a San Pietro percorrendo via della Conciliazione a tutta velocità, che ad un certo punto ho temuto che tutta la polizia schierata ci avrebbe fucilato a vista temendo fossimo dei terroristi, perché c'era un divieto di circolazione per il Giubileo e noi non lo sapevamo, ma i militari con il fucile ci hanno sorriso e io mi sono sentita davvero come in un film, una commedia al femminile di quelle che piacciono tanto alla mia amica S. e che io trovo insopportabili perché alla seconda scena si capisce già come andrà a finire. 

Sono stata bene, è stato tutto meraviglioso, anche se mi ero preparata l'attrezzatura per scattare una foto alla cupola di San Pietro attraverso l'occhiello sull'Aventino e quando siamo arrivati in cima abbiamo scoperto che la cupola era al buio, prove tecniche per lo spettacolo di apertura del Giubileo.
Naturalmente sono tornata a casa con due chili in più. Abbiamo camminato tantissimo e io ho assimilato la metà dei pasti perché ho mangiato lievito quasi tutti i giorni e a fine serata ero sempre in bagno (lo so che non vedevate l'ora di questo dettaglio poetico, dopo l'elogio di Roma!) ma sapevo già che sarei ingrassata, è sempre così quando sono felice.
Se dovessi trovare una spiegazione totalmente irrazionale per la mia condizione potrei ipotizzare che gli dèi mi abbiano maledetta alla nascita, per la crudele ma ineluttabile legge che vuole che le colpe dei padri ricadano sui figli, oppure in seguito a qualche offesa di cui mi sono inconsapevolmente macchiata. In ogni caso, la mia pena è stabilita: è destino che io non sia mai magra e felice allo stesso tempo. Posso essere grassa e felice o magra e triste, ma serenità e magrezza si escludono a vicenda.
Non so se ci sia una spiegazione scientifica dietro questa faccenda - per esempio so di non essere l'unica a dire che lo stress fa dimagrire - ma anni di esperimenti lo provano: mangio le stesse cose, faccio la stessa dose di movimento, ma se sono di buon umore ingrasso, se sono triste o preoccupata dimagrisco. Così capitava che nel periodo degli esami universitari, pur facendo meno sport del solito, perdessi due o tre chili, che rimettevo inesorabilmente a fine sessione, benché riempissi parte del tempo libero con attività fisica ed esercizi per tonificare. E non si tratta neppure di mettere su muscolo, che pesa più del grasso, perché io sono sicura di ingrassare, mi vedo davvero più grossa, mi percepisco più grassa, i pantaloni mi stringono e quando mi siedo ho le pieghe di ciccia sulla pancia.
Se avessi amici nel campo della ricerca scientifica proporrei loro di studiare il fenomeno, chissà che non si scopra che esistono ormoni della felicità che inibiscono il metabolismo, responsabili dell'aumento ponderale quando, ad esempio, ci fidanziamo stabilmente o riceviamo un contratto a tempo indeterminato.
Per tutta la mia vita ho alternato fasi di depressione e dimagrimento a periodi più sereni in cui ingrassavo, ma adesso sono stufa. Per tanti anni ho pensato che la tristezza fosse un buon prezzo da pagare in cambio del fisico dei miei sogni, ma ora non la penso più così. Ora sono sicura che la serenità sia la mia priorità assoluta e non voglio subordinarla a nient'altro, tantomeno ad una taglia o ad un numero. Però non sono pronta ad accettare di essere grassa. Non ce la faccio, è più forte di me. Io non potrei vivere tranquilla sapendo di dovermi comprare vestiti taglia 44, non ce la faccio ad andare in spiaggia con il rotolo di grasso che sbuca dall'elastico del costume o ad indossare dei vestiti se non ho la pancia perfettamente piatta. So che milioni di persone vivono con qualche chilo di troppo e sono serene o se ne fregano o non se ne accorgono o comunque non fanno nulla per cambiare la situazione, lo so e in parte le ammiro, o forse le invidio, come invidio le persone stupide che si accontentano di cose piccole piccole e non sono costrette all'eterna insoddisfazione che mi affligge, ma non potrei mai fare altrettanto.
Ed ecco che mi trovo al solito bivio che mi affligge nei periodi di serenità: non voglio ritrovarmi a evitare le situazioni in cui si mangia inventandomi scuse ridicole e condannandomi alla solitudine, ma non voglio neppure ingrassare. Esisterà una terza via, o è il tipico esempio dell'incontentabile che vuole la botte piena e la moglie ubriaca?

mercoledì 2 dicembre 2015

ricordi d'infanzia

Pomeriggio che diventa sera troppo presto, traffico intenso e radio accesa a dettare il ritmo della coda. Sta passando la nuova canzone di Max Pezzali, che personalmente non ho mai amato, sebbene le sue canzoni abbiano fatto da colonna sonora ai primi anni Duemila, dopo che con gli 883 aveva segnato i Novanta, e sebbene, in effetti, mi basti sentirle per ritornare alle serate al pub dei miei quattordici anni, alle mattine ad aspettare il pullman del liceo con le cuffie nelle orecchie. Quella nuova, tuttavia, non parla né di immense compagnie né di fidanzate storiche, ma rievoca l'infanzia con toni nostalgici e i primi versi mi colpiscono particolarmente: 
"Non mi ricordo molto
di quando ero piccolo
ma mi ricordo che
ero spesso felice.
Mi bastava un niente,
mi bastava tanto così,
un amico e un raggio
di sole in cortile."
Io ricordo molte cose di quand'ero piccola, invece, e soprattutto ricordo di non essere mai stata una bambina felice.
Se dovessi associare un sentimento alla mia infanzia sarebbe sicuramente la noia. Ricordo che mi annoiavo, mi annoiavo moltissimo. Ogni tanto mi rintanavo sotto la scrivania o sotto il tavolo di legno del portico e là aspettavo che il pomeriggio finisse e si portasse via quella triste indolenza. Oppure m'inventavo dei racconti fantastici ambientati in città bellissime in cui non c'era mai posto per la noia e talvolta li scrivevo sulle pagine avanzate di vecchi quaderni o sul primo lentissimo computer di famiglia. 
La noia mi divorava, mi faceva desiderare che i giorni volassero senza attardarsi mai, che arrivasse in fretta l'estate, poi di nuovo l'inverno, il saggio di danza, il compleanno della mia migliore amica, le scuole medie, qualsiasi cosa che potesse interrompere quella grigia routine. E dire che non sono stata una bambina sola. Dopo la scuola giocavo sempre con L. e i nostri giochi non erano mai noiosi: trasformavamo il salotto in un campeggio aprendo tutti gli ombrelli, oppure disponevamo sulla libreria  i depliant dei tour operator e fingevamo di essere in un'agenzia, inventavamo liti condominiali che un avvocato doveva dirimere, arredavamo case per le Barbie e ci giocavamo per ore, senza stancarci mai.
Eppure quando penso alla mia infanzia mi viene subito in mente la noia, la noia che sentivo accovacciata sotto la scrivania e che mi entrava dentro facendomi provare disgusto per ogni cosa. 
Ricordo che i miei si impegnavano a trovarmi dei passatempi pomeridiani, magari uno sport, ma io non mi appassionavo mai a nulla e ci andavo controvoglia, solo per fare un piacere a loro. Nel corso degli anni delle elementari abbandonai pallavolo, pianoforte, basket, equitazione e nuoto, quest'ultimo dopo ben otto anni. Continuai soltanto danza, benché odiassi la mia maestra, una stronza ossessionata dalla linea che alla fine delle lezioni faceva passare tra di noi un cesto pieno di caramelle, al solo scopo di allenare la nostra capacità di rifiutare. Io le stavo simpatica perché non accennavo mai a volerle prendere, ma solo perché a me le caramelle non piacevano. C'era una bambina che non riusciva quasi mai a resistere alla tentazione e la maestra la minacciava di spostarla dalla prima fila, perché con il suo sedere da ippopotamo avrebbe nascosto tutte le altre.
Non so perché mi ostinassi ad andare - forse perché avevo già maturato la mia vena masochista - tant'è che, nonostante le ore di lezione fossero una tortura e cominciassi a stare male già al mattino quando sapevo di avere danza al pomeriggio, ho smesso che ero già al liceo.
Oltre alla noia ricordo la paura. Non la paura dei mostri o degli spiriti, però. Avevo paura che i miei genitori morissero, avevo paura di avere una brutta malattia e sognavo spesso di ammalarmi di qualche forma di tumore, avevo paura che mio padre facesse un incidente mentre tornava dal lavoro e quando sapevo che era in viaggio sobbalzavo ad ogni trillo del telefono perché temevo fosse la polizia che ci chiedeva di andare a riconoscere il cadavere. 
Avevo paura di prendere la metropolitana perché avevo paura di rimanere intrappolata sotto terra nel caso di un'improvvisa scossa di terremoto e quando andavo a trovare mia zia a Napoli mi addormentavo che era quasi l'alba perché avevo paura che durante la notte eruttasse il Vesuvio. 
Vivevo ogni Natale con una sorta di febbrile angoscia, volevo che fosse bellissimo perché temevo che potesse essere l'ultimo, e periodicamente scrivevo una lettera d'addio ai miei genitori che riponevo in un cassetto, così che la trovassero se fossi morta all'improvviso.
Non so spiegarmi il perché di queste angosce. Vivevo una vita tranquilla in una famiglia tranquilla e non avevo mai visto i miei genitori preoccupati perché qualcuno dei nostri cari morisse, non prima dell'undici settembre, almeno, quando passammo la notte a cercare di metterci in contatto con i nostri parenti negli USA perché mia cugina, all'epoca poco più che ventenne, lavorava al WTC. Ma all'epoca io avevo già passato i dieci anni e la maggior parte delle mie paure è molto più antica. 
Non sono mai stata una bambina serena, tanto da meritarmi una precoce diagnosi di "stati d'ansia" per giustificare una serie di strani sintomi che lamentavo e che elencavo a mio padre nei viaggi di ritorno dall'asilo: macchie scure che si allargavano nel campo visivo, scintillii ai bordi degli occhi, formicolii alle estremità di mani e piedi, e altre cose che avevano indotto i miei genitori a parlarne al pediatra, preoccupati che potessi avere qualche disturbo della vista o, peggio, qualcosa di neurologico. Invece era tutto nella norma, soltanto soffrivo già di disturbi psicosomatici legati all'ansia, a quattro anni. 
A distanza di anni, dopo essere stata meglio e poi peggio, dopo aver vissuto periodi felici, oltre a quelli tristi, ancora non riesco a trovare una spiegazione a quella mia angoscia di bimba, nonostante qualche psicologo abbia provato ad indagarla, per potervi fare affondare le radici della sofferenza che è venuta dopo. Forse era scritto nel DNA che fossi un'anima tormentata, forse c'è stato un episodio scatenante, sepolto chissà dove nei ricordi, che ha dato inizio a tutto quanto, fatto sta che quando penso alla mia infanzia la prima cosa che visualizzo non è l'immagine dell'altalena rossa che mio papà aveva costruito in giardino e sulla quale mi sembrava di volare, ma quella di me, bambina di sei anni appena, appoggiata allo stipite della porta tra salotto e cucina in un crepuscolo estivo che esamino una Barbie ricevuta in regalo per il compleanno e mi chiedo se riuscirò a giocarci con L. il giorno seguente o se morirò prima.
 
Scusate per il post angosciante, non volevo iniziare dicembre a tinte così fosche, ma è stato più forte di me, ho iniziato a scrivere ed è venuto fuori tutto questo. Perdonatemi! E ditemi di voi, della vostra infanzia, che spero sia stata più limpida e serena della mia.
Un bacio a tutte!

sabato 28 novembre 2015

fare per gli altri ciò che nessuno farebbe per noi

Scusate se sono un po' assente dai vostri blog, se non ho ancora risposto ai vostri commenti e se sono così incostante, ma è stata un'altra settimana densa, cominciata con una telefonata che mi riscuote dal sonno per invitarmi a presentarmi a scuola "il prima possibile" perché il mio contratto è stato prolungato fino al 5 dicembre e conclusasi con il ritorno di un'amica storica, quelle che anche se vedi di rado ti fa sempre piacere sentire ogni tanto, dopo un anno in Australia. In mezzo, un gesto eroico o folle, a seconda di come lo vogliate vedere: mi sono licenziata per essere presente alla laurea del mio migliore amico.
Qualche necessario chiarimento: il mio contratto non aveva possibilità di essere ulteriormente rinnovato perché dal primo dicembre nelle scuole pubbliche saranno in servizio gli ultimi immessi in ruolo, assunti senza che ci fosse una cattedra per loro ma come "tappabuchi", cioè con l'obbligo di starsene in sala insegnanti ad aspettare una supplenza oraria, una sostituzione di un paio di giorni o un ragazzino che ha bisogno del sostegno. Una situazione paradossale per cui una collega di trentanove anni che da precaria insegna inglese ora si ritrova a fare la riserva, benché di ruolo. Fatto sta che questi neo-assunti hanno (giustamente) la precedenza su di me, quindi ammesso che la prof che sostituisco decida di prolungare la sua malattia, io dovrei comunque lasciare spazio a chi ha più titoli di me, perciò nella più rosea delle ipotesi avrei potuto al massimo lavorare fino alla fine della prossima settimana. 
Punto secondo: i supplenti a tempo determinato non hanno diritto a nulla, neppure alla malattia. Il che significa che se ti ammali e devo necessariamente stare a casa il tuo contratto viene automaticamente estinto e può, tutt'al più, essere rinnovato a partire dal giorno in cui ritorni in servizio, perciò ferie non pagate e con la possibilità di essere licenziati perché si ha avuto l'ardire di prendersi un'influenza. 
Punto terzo: il 4 dicembre parto per un viaggio con il mio fidanzato, S. e il suo fidanzato, è il regalo che i fidanzati hanno fatto a me e alla mia amica per la laurea. Stiamo via per il ponte, nella città che più amo al mondo, ed abbiamo già prenotato un sacco di cose bellissime. Rinunciarvi sarebbe impensabile, e partire il 5 costa come il mio stipendio settimanale. Quindi avrei comunque dovuto licenziarmi il 4, e questo era già deciso.
Comunque, sono andata nell'ufficio della preside e le ho detto che avevo un impegno universitario fissato da mesi, una cosa importante per la mia carriera, e che avevo bisogno di almeno due ore di permesso, se non di tutta la giornata, ma lei è stata irremovibile, così le ho proposto di chiudere il contratto per, eventualmente, riaprirlo se non avessero trovato nessuno per sostituire una sostituta, ma il sostituto è stato trovato, dato che il giorno successivo una delle mie studentesse mi ha scritto un messaggio privato su Facebook chiedendomi di ritornare immediatamente, che in classe c'era una nuova supplente ma loro volevano me. 
Vi dirò che la mobilitazione degli studenti mi ha commossa: i ragazzi di quarta in consiglio di classe hanno detto che mi rivolevano, quelle di seconda hanno chiesto ai loro genitori di mandare una lettera al provveditorato per chiedere di avermi con loro per tutto l'anno e io mi sono sentita molto in colpa per averli abbandonati così, ma se fossi mancata alla laurea del mio migliore amico non me lo sarei mai perdonata.
Io sono quel tipo di persona. Quella che se S. chiama perché è stata lasciata dal suo fidanzato molla tutto e la raggiunge nel cuore della notte, quella che passa pomeriggi in biblioteca a studiare per un esame che non deve dare, solo per fare compagnia ad I., quella che si fa la notte in bianco per correggere la tesi di M. il giorno prima della consegna, quella che se un'amica chiama da Londra per dire che è in crisi nera dopo qualche ora è già in aeroporto, con due cambi, il cofanetto di Sex and The City e trecento grammi di gorgonzola. 
Se state pensando che sia pazza, probabilmente avete ragione. So che sbaglio, ma è una malattia atavica ed incurabile. Vi basti sapere che ho trascorso buona parte della mia festa dei diciotto anni a reggere la fronte alla mia amica M. che stava vomitando l'anima perché aveva avuto la bella idea di bere come un camionista bulgaro dopo aver preso l'antibiotico.
Io sono così. Sono sempre stata così, nonostante una lunga sfilza di delusioni abbia tentato di insegnarmi ad essere egoista. Sono sempre l'amica su cui si può sempre contare, sebbene tante volte mi sia ritrovata sola quando ero io ad aver bisogno di qualcuno.
E allora, direte voi, perché insisto? Perché continuo a dare tutta me stessa, se non ricevo mai in cambio nulla? Un po' perché è insito nella mia natura, come quella volta che L. stava per essere investita dal tram e il mio primo istinto, anziché gridare o trascinarla sul marciapiede, è stato di pararmi di fronte a lei. Un po' perché ogni volta mi dico che non può andare sempre male, che prima o poi incontrerò qualcuno che meriti questi gesti estremi perché farebbe altrettanto per me.
Ecco, I. è una di queste persone. Non è che lo pensi di tutti i miei amici più cari, se non sono diventata egoista almeno sono riuscita a diventare un po' più selettiva, e su alcuni di loro, per quanto possano volermi bene, non scommetterei neppure pochi euro. Ma con I. è diverso. I. è una di quelle persone con cui non ci sono filtri, né pudori. Non ho vergogna a farmi vedere struccata o in lacrime, a confessare le mie debolezze e le mie angosce, molto di più di quanto riesca a fare con L., che pure conosco da una vita e per me è una sorella (credo più che altro per una questione di diversità di caratteri, lei è una persona molto introversa e fredda e credo la imbarazzerei dicendole quanto bene le voglio) o con S., che è una delle persone più simili a me che conosca. E, sopratutto, I. ha la mia stessa propensione a fare di tutto per rendere felici le persone che ama, a costo di starci male lui.
Una delle nostre sere di profonde riflessioni e discorsi sull'amore e sul futuro abbiamo toccato anche questo argomento: il nostro problema, ci siamo detti, è che ci convinciamo che gli altri farebbero per noi quello che noi siamo disposti a fare per loro, ma nella maggior parte dei casi non è così, e noi ne soffriamo. Noi eroi romantici pronti a morire per le persone che amiamo e i nostri fidanzati persone splendide, che ci amano oltremisura, ma inguaribili egocentrici, che per inseguire i loro obiettivi non esitano a fare delle scelte egoiste, come il mio che accetta un lavoro che non gli permette di vederci tutti i giorni al posto di un altro a 900m da casa mia, come il suo che rimanda un viaggio insieme per seguire la sua relatrice a
Parigi.
Sono per altro piuttosto convinta che questo mio "difetto", di voler compiacere gli altri a tutti i costi, di volerli colmare di affetto al prezzo di svuotare me stessa, sia stato uno degli ingredienti della malattia. Nel periodo dell'anoressia speravo ogni giorno che le mie amiche venissero a trovarmi a casa, che cambiassero i loro piani del sabato sera per stare sedute sul letto con me, che mi tenessero la mano mentre provavo ad addormentarmi, come avevo fatto io tante volte con M., quando lei era malata. Ma loro non venivano mai, ed io annegavo nella mia solitudine. Non che se ne fregassero di me, mi scrivevano e chiamavano sempre, cercavano di spronarmi ad uscire, ma non arrivavano a fare per me quello che io avrei fatto per loro. Loro non sarebbero venute a Villa Margherita, sapendo di non poter entrare, solo per potermi scrivere "guarda che sono qui, sono vicino a te", come avevo fatto con M., lo sapevo benissimo, eppure non riuscivo a smettere di comportarmi nell'unico modo che conoscevo: dando tutta me stessa, in tutto, sempre.
L'anoressia era un modo per chiedere le attenzioni che io continuavo a dare agli altri, ma non ha funzionato. Ero arrivata a pensare di dover morire perché gli altri si accorgessero di me, e di quanto io avessi bisogno del loro amore, ma alla fine ho scelto di vivere e di uscirne. Sola, così come ci ero entrata.
Oggi è diverso, non sento più quel freddo dentro, quell'ansia dell'abbandono, la paura di non essere amata. Oggi so che se stessi di nuovo male come sette anni fa non mi mancherebbe il sostegno degli amici, eppure non ho ancora imparato a dosare l'affetto e a limitare lo spirito di sacrificio e ancora rimango la vittima perfetta per le delusioni.
Però oggi non ho rimpianti. Fare il viaggio con I., abbracciarlo prima della discussione e dopo, sapere di esserci stata mi fa sentire a posto con la mia coscienza. Forse tra vent'anni penserò che sono stata una cretina, forse invece sarò orgogliosa di quello che ho fatto, ma comunque non avrei potuto agire diversamente, è più forte di me.
E voi, qual è la più grande follia che abbiate fatto per un amico o per amore?

lunedì 23 novembre 2015

lavorare fa ingrassare - parte seconda

Ho lodato troppo presto il tempo libero, è evidente, perché subito dopo sono stata chiamata per una nuova supplenza. La situazione è molto diversa, questa volta: diverso l'ambiente - una scuola superiore, benché un professionale che gode in città di una pessima fama e quindi neppure questa volta insegno le mie materie d'indirizzo ma ancora italiano e storia - diverso il rapporto con i miei studenti - che sono più grandi e maturi e mi hanno presa da subito in grande simpatia, anche perché quella che sto sostituendo era nota nella scuola come una che non aveva voglia di fare nulla, ha perso moltissime lezioni e tutte le classi sono molto indietro nel programma - diverso il clima con i colleghi - che non mi trattano da ragazzina ma sono simpatici e molto inclusivi - e diversi gli orari - che, nella maggior parte dei casi, mi consentono di tornare a mangiare a casa. L'unica cosa che non è cambiata è l'impatto del lavoro sul mio metabolismo e sul mio peso: nella prima settimana ho preso un chilo, dopo che ero faticosamente riuscita a tornare a 60 e che avevo iniziato un programma di appiattimento della pancia in vista della laurea di I. a fine mese.
Mi sento gonfia, ingombrante e fuori luogo. Lo so che un chilo in più non può sfigurarmi a tal punto, e so che è tutta una questione mentale, ma mi sento a disagio nel mio corpo come non mi capitava dalla primavera scorsa ed è una sensazione che odio.
Speravo di ricevere un aiuto indiretto dalla visita col nuovo endocrinologo, confidavo nel fatto che mi desse qualche pillola magica per incrementare il lavoro della mia tiroide pigra e, di conseguenza, dare una svolta al mio metabolismo ma, dopo una lunga ed approfondita visita, anche lui, il dottor E. nel quale avevo riposto tutte le mie speranze, ha dichiarato che per ora non pensa di intervenire con dei farmaci perché, anche se i valori tiroidei non sono ottimali, tutti gli altri valori che dovrebbero risultare sballati di conseguenza (colesterolo, trigliceridi, glicemia...) sono perfettamente nella norma, anzi!, sono addirittura "perfetti, i valori che consigliamo ai cardiopatici".
Mi ha fatto un sacco di complimenti per questi esami del sangue perfetti e per il mio fisico allenato, che a riposo tiene il cuore sui cinquanta battiti al minuto, come se facessi sport a livello agonistico. E aggiunge, con nonchalance, che se il motivo per cui vorrei correggere il funzionamento tiroideo è solo il peso non ne vale la pena. Il mio BMI è normale e considerando la mia massa muscolare la percentuale di grasso nel mio corpo è davvero poca, non ha senso cominciare una cura ormonale "soltanto" per dimagrire.
Eppure per me ha senso. Per me non è solo il peso. Per me il peso conta più degli altri sintomi che dovrei avere - spossatezza continua, caduta dei capelli, eccessiva secchezza della pelle - per me il peso è l'unica cosa per la quale valga la pena di iniziare una cura. Perché sembra sensato soltanto a me? Perché gli altri non comprendono il disagio di dover costantemente combattere con un corpo che brucia troppo poco e che non funziona come dovrebbe? Perché la fanno tutti facile "è vero, l'ipotiroidismo sub-clinico rallenta il metabolismo, ma con tutto lo sport che fai non dovresti avere problemi".
Ma non capiscono che tutto lo sport che faccio lo faccio (anche) per tenere a bada un corpo che altrimenti esploderebbe? E non è crudele condannarmi ad una vita intera di allenamento ed esercizi quotidiani, pena un inarrestabile aumento di peso? "Fare movimento tutti i giorni fa benissimo, guarda che belle analisi che hai, un quadro clinico invidiabile" dice il medico, compiaciuto. Ma lui non ingrassa di un chilo se non ha tempo di fare almeno un'ora di ciclette, non gli si gonfia la pancia se per una settimana non fa addominali. A me piace allenarmi, dopo la ciclette e dopo gli esercizi mi sento meglio, mi rilassa e mi carica a seconda di ciò di cui ho bisogno, ma vorrei potermi allenare soltanto perché ne ho voglia, non perché ne ho bisogno. Un bisogno mentale, non lo nego, ma anche un bisogno reale, fisico, che mi impone di bruciare ogni giorno almeno la metà delle calorie che ingerisco.
E tutto questo per mantenermi sul mio peso attuale che sarà ottimale e tutto quello che sostengono i medici, ma che non è quello che voglio. So che posso essere più magra di così, so che c'è ancora del grasso da eliminare, oltre alla tanto decantata massa muscolare. Lo so perché ho un bel cappotto color cammello, taglia 40, comprato l'ultima volta che sono stata magra, che ancora mi tira sul seno e sulla pancia, e so che potrebbe starmi meglio, se solo perdessi quei tre o quattro chili, quei due o tre cm che impongono ai bottoni uno sforzo eccessivo.
Parlando di cose più frivole e leggere, sto valutando la possibilità di farmi la frangetta. La portavo, molti anni fa, quando avevo i capelli corti e mi piacevano i tagli geometrici, poi non l'ho più fatta, anche perché non vado volentieri dal parrucchiere e la frangetta ha bisogno di costanti cure e attenzioni, però ho voglia di vedermi con qualcosa di diverso quest'inverno e dato che non sono pronta a cambiare colore (mi piacerebbe un bel castano denso, caldo e uniforme, al posto del mio biondo cenere sfumato e un po' freddo) potrei lanciarmi sulla frangetta, che non è così irreversibile, dato che, mal che vada, nel giro di qualche mese si eliminerebbe da sola, anche perché credo che in estate sia particolarmente scomoda, con il caldo e l'abbronzatura.
Voi che rapporto avete con i vostri capelli? Vi piace cambiare spesso taglio e colore oppure, come me, siete delle abitudinarie scettiche e frequentate il parrucchiere solo per le grandi occasioni, ma vi limitate a qualche timida "spuntatina" o ad un'innocua messa in piega?
Un abbraccio a tutte, buona settimana!

mercoledì 11 novembre 2015

l'estate di San Martino

Da lunedì sono disoccupata. Libera, come ho detto ieri sera al mio migliore amico. L'ultima settimana è stata davvero pesante, perché dopo le quattro/cinque ore a scuola me ne toccavano altrettante di ripetizioni e questa settimana sarebbe stato ancora peggio, perché ho due allievi nuovi e ho tutti i pomeriggi impegnati, almeno quattro ore ogni pomeriggio. Lunedì ho finito alle otto, ieri alle sette e mezza, domani di nuovo alle otto: se avessi dovuto anche fronteggiare i barbari al mattino praticamente non avrei vissuto. 
E io, invece, voglio vivere. Non voglio che i giorni mi scivolino addosso, uno uguale all'altro, senza lasciarmi nulla. Voglio riempire la mia anima, più ancora di quanto desideri riempire il mio conto in banca. 
N.B. non sono avida, ma il proposito del 2016 è comprare casa col mio fidanzato, quindi sto cercando di mettere da parte una buona base da cui partire per il mutuo, perché voglio fare il più possibile da sola, senza l'aiuto dei miei genitori, nonostante loro mi abbiano promesso, come regalo di laurea, che contribuiranno alla realizzazione di questo nostro impegnativo progetto.
Questa mattina sono andata a fare una lunga passeggiata in uno dei miei posti preferiti, una pista ciclopedonale che costeggia il lago, un luogo che trovo sempre bellissimo e rilassante ma che in questa stagione dà il meglio di sé. Ho camminato con il mio cane, prima più veloce, con la musica nelle orecchie, poi più lentamente, al ritmo dei miei pensieri, cercando di seguire i fili contorti dei miei dubbi, senza rimanerne intrappolata. Mi sono seduta su una panchina tra le foglie secche di mille sfumature e mi sono tolta la felpa, lasciando che il sole scaldasse la mia pelle, mi entrasse dentro, sciogliesse il freddo che ancora sento ogni tanto, che nei momenti d'angoscia mi stringe la gola. Per pochi minuti ho goduto di una sensazione di pace totale e totalizzante, mi sono sentita bene, non ho pensato al futuro, alla ciccia, alla paura.
Far fruttare le mattine non è molto facile, perché i miei amici lavorano o studiano e quindi al mattino in genere sono impegnati, perciò mi sto dedicando alle grandi pulizie, cercando di eliminare le cose di troppo, vecchie o che non uso. Fare spazio nei cassetti mi ha sempre dato grande serenità, l'ordine delle cose rispecchia l'ordine dei miei pensieri e ho l'impressione che sia tutto più semplice, lineare, chiaro. Un tempo ero ossessionata dall'ordine e andavo in crisi se sulla scrivania c'era una penna fuori posto; oggi non è più così, ma ho conservato una certa passione per le attività di riordino.
Poi ho ripreso a fare esercizi quotidianamente: addominali, squat e esercizi per le braccia, oltre alla solita ciclette che non ho mai disertato, fedele compagna e alleata. Ho ricominciato solo da due giorni ma mi sento già più tonica, mi sembra di vedere la pancia più piatta, nonostante il peso non si schiodi dai 61kg. A questo proposito, sto cercando di stare sempre attenta a come/quanto mangio, ma il mio peso non ne vuole più sapere di scendere.
Non so dove stia sbagliando, seguo il regime alimentare suggeritomi dalla nutrizionista e non mangio (quasi) mai fuori orario, spero che adesso che non sono più costretta a mangiare fuori e/o di fretta il mio corpo si ricalibri in direzione dimagrimento.
Non l'ho mai fatto perché ho paura di condizionare negativamente qualcuno, ma vi propongo a titolo esemplificativo il mio D.A. di ieri, tanto per darvi un'idea di cosa intendo quando dico che mangio in maniera piuttosto equilibrata.

Colazione
Uno yogurt greco senza grassi (170 gr = 78kcal) e 25 grammi di cereali integrali (ca 90kcal).
Pranzo
75 grammi di pasta integrale (ca 280 kcal) al pesto (fatto in casa, un cucchiaio: ca 100kcal)
Cena
Contorno grigliato orogel (250 grammi, la confezione dice 68kcal ogni 100 grammi quindi poco meno di 200) con due grissini senza lievito (considerato che 100 grammi di grissino hanno circa 500kcal e che ad occhio e croce due grissini pesano 20/25 grammi facciamo 100)
Fuori pasto
Un calice di nebbiolo (ca 120kcal)
Sport: un'ora di ciclette + mezz'ora di tonificazione

  
So che il vino rosso è molto calorico e berlo fuori pasto fa malissimo, però ero fuori col mio migliore amico e mi sembrava di potermi permettere uno sgarro considerando quello che avevo mangiato durante il giorno. Cioè, a me sembra un DA abbastanza equilibrato, ma forse sbaglio inconsapevolmente qualcosa, quindi accetto critiche/consigli da parte vostra.
Era un po' che non parlavo di cibo e di peso in maniera così esplicita, e mi dispiace non esserne riuscita a fare a meno più a lungo, ma ho la sensazione che se riuscissi a ricominciare a dimagrire questo potrebbe essere davvero un periodo sereno per me. Sento che l'equilibrio e la pace sono molto vicini, li sfioro, eppure non riesco a raggiungerli. La cosa migliore sarebbe spezzare del tutto il legame tra il peso e il dimagrimento e la serenità, lo so, e ci sto lavorando, ve lo assicuro, ma per adesso non riesco ad essere pienamente in pace con me stessa senza rivedere il 5 sulla bilancia. 
Un bacio a tutte!

lunedì 2 novembre 2015

new month new mood

Sto continuando ad insegnare - mi è stato rinnovato il contratto per un'altra settimana, poi chissà - e intanto sono stata ammessa al master. L'ho saputo ieri sera, casualmente, mentre cercavo di scoprire come mi avrebbero notificato il risultato del colloquio, dato che non avevo ricevuto nessuna informazione in merito e così ho visto che nella mia pagina studente lo stato della mia domanda era passato da "in attesa di colloquio " a "immatricolabile". Mi hanno mandato un'email per avvertirmi, ma ad una casella dell'università che non apro mai, già venerdì pomeriggio. E dire che al colloquio, venerdì mattina, mi avevano detto che avrei avuto la risposta verso la fine di questa settimana! Adesso ho pochissimi giorni per immatricolarmi, altrimenti la domanda decade e devo rifare tutto daccapo. 
Eccolo il momento che temevo e aspettavo, il momento della scelta. E io ieri sera ho preso una decisione, anche se non riguarda di preciso che cosa fare nella vita - o, almeno, non solo. Ho deciso di non dire di no a nulla. Bella novità, penserete, dato che è esattamente quello che ho fatto fin'ora; è vero, ma la differenza sta nella consapevolezza: fino ad ora l'ho fatto per paura di rinunciare a qualcosa e pentirmene, per senso del dovere e per timore di sembrare ingrata, da adesso in poi voglio farlo con la voglia di sperimentare, il desiderio di misurarmi in cose sempre diverse e sempre nuove, deliberatamente.
Mi lascerò stupire da quello che mi capiterà. Dopo tanti anni passati a programmare ogni dettaglio della vita, ora il programma è non avere programmi: andare incontro al futuro senza sapere cosa mi aspetta.
Comincio questo master, mi trovo uno stage e vedo se questo campo mi piace. Se no, potrò sempre cambiare, e farlo sapendo a cosa rinuncio. Mal che vada, mi sono detta, tornerò sui miei passi e cercherò di entrare in qualche dottorato, avrò perso un anno o due, ma non sarà davvero perso, mi sarò comunque arricchita di esperienze nuove.
Magari, invece, scoprirò che quella che il master promette di aprirmi è proprio la mia strada, che mi appaga e mi completa, colmando quei bisogni rimasti insoddisfatti dal percorso universitario e procederò senza avere più dubbi del genere.
Per ora, quindi, il proposito è racchiuso in una frase dannunziana che sta scritta da anni, in mezzo ad altre piccole perle, su una bacheca nella mia stanza: "Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere ormai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita." 
Cerco di pensare, come mi avete suggerito voi, che essere aperta a tante possibilità sia un vantaggio, non un danno, che avere tanti interessi sia una virtù, non un difetto. 
Al colloquio, venerdì, le due esaminatrici si sono mostrate molto contente di questo aspetto, in realtà. Hanno chiamato "poliedricità" quella che io di solito definisco "confusione" e questo mi ha fatto molto sorridere, perché ho sempre pensato alle passioni che mi allontanavano dallo studio e dalla costruzione di un futuro accademico - i viaggi, la fotografia, la cucina, la moda - come a delle distrazioni, più che a degli interessi che fanno di me "un soggetto interessante", per usare di nuovo le parole della coordinatrice del master. 
Tutto sta nel cambiare approccio, quindi. Non mi sto lanciando nel vuoto senza paracadute, sto provando a volare, e sono pronta a tutto.
Un po' come quando in una città che vedo per la prima volta metto in borsa la cartina e vago senza meta, scelgo consapevolmente di perdermi per scoprire qualcosa che seguendo la guida non potrei trovare e mi meraviglio delle bellezze nascoste che si rivelano a chi abbandona le vie più battute. 
Stupiscimi, futuro che fai così tanta paura.
 Nuovo atteggiamento anche nei confronti del cibo. Cerco di mettere da parte la rabbia, anche se non pesavo così tanto da giugno e ogni mio tentativo di rimettermi in forma sembra essere vano, e ho prenotato la visita da un nuovo endocrinologo per capire se questo stallo è ancora colpa della tiroide e se si può fare qualcosa per farla lavorare meglio. Fino ad allora, cercherò di limitare gli extra e di fare tanto movimento, anche perché a fine mese si laurea il mio migliore amico e io ho in mente una mise che richiede una bella pancia piatta. 
Stavo anche pensando di iscrivermi in palestra per un mesetto o due, non appena finisco la supplenza, per riempire le mattine che avrò improvvisamente libere e per svuotare i fianchi troppo grossi. Tra l'altro andarci al mattino, in un orario impopolare, potrebbe anche essere un incentivo, dato che di solito a frenarmi è la vergogna di farmi vedere sudata, molliccia e flaccida in mezzo a gente che sembra uscita da una rivista di fitness e che si sottopone a sedute massacranti di tapisroulant mantenendo inspiegabilmente la messa in piega. 
Comunque cerco di cominciare questo mese col piede giusto, sperando che la noia e la tristezza, fide compagne, non abbiano presto il sopravvento. 
Un bacio a tutte!

mercoledì 28 ottobre 2015

la palude

Avete presente quella brutta sensazione che vi assale quando vi rendete conto di aver parcheggiato la macchina nel mezzo di un pantano e realizzate che non riuscirete a tirarla fuori neanche premendo a fondo l'acceleratore? Che, anzi, così facendo non farete che spingerla nel fango?
Ecco, io in questi giorni mi sento così. Sono qui, bloccata, e aspetto che un carrattrezzi mi trascini fuori dalla palta, che un deus ex machina mi sollevi, mi deponga su un terreno più stabile e mi dica in quale direzione devo andare per non incappare più nella stessa palude.
Forse dovrei solo accettare che non ci sarà nessun deus ex machina e rassegnarmi a cavarmela da sola, nessun intervento del caso, questa volta. Ho già lasciato troppo spesso che a decidere per me fossero dei "segni", o meglio casualità cui riconoscevo un ruolo speciale, ora invece non è più tempo di interpretare segnali in codice, è tempo di agire con le mie forze soltanto.
Venerdì, forse, è il mio ultimo giorno di supplenza. Venerdì, forse, vado al colloquio d'ammissione per il master. Venerdì potrebbe essere lo spartiacque della mia vita, o forse no. Dipende solo da me, e dalla mia capacità o meno di tirarmi fuori da questa palude.
In questo momento invidio quella gente che ha un obbiettivo da sempre, magari difficile da raggiungere, ma chiaro, preciso, sicuro. Come M. che sapeva da tempo di voler fare il dottorato, si è iscritto a venti bandi e infine è passato. Come H. che voleva insegnare ed è felice, supplente precaria come me, ma felice. Come V. che ha sempre detto di voler fare l'avvocato e alla fine del liceo si è iscritta a giurisprudenza. Come il mio fidanzato che sognava di lavorare in ospedale dalle scuole elementari e non si è mai fatto sedurre da nessun'altra strada, non ha mai valutato le alternative.
Io, invece, non faccio che vagliare e rivagliare le mie, di alternative. E mi piacciono tutte, il che secondo l'acuta analisi della sorella del mio fidanzato significa che in realtà non me ne piace nessuna. Ho mandato il CV all'Esselunga perché mia mamma aveva letto un avviso e mi hanno chiamata per un colloquio. Non ho neanche capito per quale posizione concorro ("cerchiamo una figura professionale in grado di gestire le relazioni con il pubblico e in possesso di un diploma di laurea o superiore per incarichi direzionali", secondo voi che significa?) ma sono curiosa, e non ho niente da perdere.
Forse. Perché in realtà da qualche giorno a questa parte una collega che fin dal primo giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice ("potresti essere mia figlia, una delle mie figlie ha due anni più di te") mi fa un sacco di domande sul mio futuro, mi consiglia di non perdere tempo in lavori che non mi interessano solo perché ho voglia di fare qualcosa e di mettere da parte del denaro, mi invita a rincorrere con determinazione solo quello che davvero mi interessa. Poi mi spiazza, dicendomi che essere sopravvissuta per (quasi) tre settimane in una delle classi in cui sto insegnando è la prova che ho la stoffa del professore, che so meritarmi il rispetto e la stima dei ragazzi e che potrei ricavarne molte soddisfazioni, magari insegnando le cose a me più care, magari a ragazzi più grandi.
E io non so cosa dirle, non so cosa dire ai miei, che sono contenti e orgogliosi di tutte queste opportunità che mi si parano davanti ma che mi ripetono di pensare a cosa voglio davvero, che loro mi sosterranno qualsiasi cosa io decida di fare, a patto che sia felice; non so cosa dire al mio fidanzato, che non ha mai provato questo brivido del vuoto, quest'angoscia di poter fare tutto e nulla e di non sapere scegliere, perché lui a un anno dalla laurea fa quello che ha sempre sognato di fare.
E intanto brancolo nella palude.
Incontro la preside nell'atrio, mi chiede se sarei felice di continuare, nel caso in cui la persona che sostituisco dovesse chiedere altre settimane di permesso, e io non lo so. Ci credete? Non so se se sarei felice di continuare o no! È possibile?
Coi ragazzi va meglio, anche con gli scapestrati di seconda. Ci stiamo venendo incontro, loro mi trovano strana rispetto ai professori cui sono abituati, io spesso non li capisco, ma stiamo trovando un equilibrio. Quelli di prima invece sono uno spettacolo, continuano a dirmi che vogliono che non me ne vada mai, che le ore con me volano, anche quelle di grammatica, e che devo rimanere con loro per sempre.
Mi è toccato persino fare sorveglianza durante la mensa e mangiare due morsi di pizza, rifiutare il pane (che poi, perché dovrebbero dare ai ragazzini del pane insieme alla pizza?!), cedere il mio budino al cioccolato, tutto in mezzo ai ragazzi urlanti e ai loro "prof, ma mangia solo quello?" da sviare accuratamente, ché mica voglio essere un cattivo esempio. Per le ragazze, soprattutto, che sono in un'età difficile e non voglio che pensino che non mangio perché ho paura dei carboidrati. Cosa mi tocca fare! Mangiare la pizza per essere un esempio virtuoso, col rischio pure di stare male.
La palude riguarda anche il peso. Mi sto sforzando di mangiare bene: faccio colazione, resisto alla tentazione di saltare il pranzo, cerco di non esagerare a cena, limito il consumo di caffè. Eppure il peso non scende, è impantanato pure lui, e devo raccogliere tutta la buona volontà e la razionalità di cui dispongo per non cadere vittima dei soliti trucchetti. Vorrei restringere, per vedere quei due chili odiosi andarsene, ma continuo a mangiare in maniera equilibrata ripetendomi che ad un certo punto la situazione si sbloccherà, magari quando mi rimboccherò le maniche e mi tirerò fuori dalla palude, chissà. Forse è una risposta del mio corpo alla paralisi di cui sono vittima, un modo per somatizzare il blocco.
Vorrei svegliarmi domani e sapere esattamente cosa voglio fare "da grande", chi voglio diventare. Io sono sempre stata l'indecisa cronica che va in panico davanti al menù, quella che ritarda sempre le ordinazioni perché cambia idea mille volte. Come posso scegliere cosa fare nella vita, quando non so decidere neppure cosa voglio per cena?

giovedì 22 ottobre 2015

lavorare fa ingrassare!

Settimana scorsa ho cominciato a lavorare. Una supplenza di tre settimane in una scuola media, niente di stabile e duraturo, certo, ma se mi avessero detto che a un mese scarso dalla laurea mi sarei trovata tra le mani un contratto (per quanto effimero) non ci avrei mai creduto.
Perciò, ben venga. Ben vengano le esperienze, ben venga tutto ciò che mi impedisce di starmene a casa da sola a meditare sul passato e sul futuro, sulla mia vita inconcludente, sugli errori reiterati.
Non mi sta piacendo molto, ve lo confesso. I ragazzini di quell'età sono difficili e io non sono abbastanza paziente, abbastanza empatica e abbastanza sensibile per stargli dietro. Forse sono una brutta persona, forse semplicemente non sono fatta per questo mondo di professoresse che fanno da mamme e da psicologhe, di genitori che vengono a sindacare sui (meritati) 4 dei loro figli e di ragazzini che si presentano come vivaci ed esuberanti ma che fondamentalmente sono dei maleducati.
Sarò anaffettiva, ma non nutro alcun interesse per il "rapporto speciale che si instaura con i ragazzi" di cui parlano le mie colleghe, che ammiro per la loro dedizione ma che non invidio affatto. Preferirei fare un'arida lezione di greco a dei ginnasiali che mi odiano piuttosto che avere un rapporto speciale con quel mucchio di scalmanati che mi tocca domare ogni giorno.
Ve lo dico senza peli sulla lingua: per uno stipendio di 1400/1500€ al mese non ne vale la pena. Sgolarsi per convincere i due cretini all'ultimo banco a tacere, fronteggiare genitori arroganti che si permettono di contestare le tue correzioni alla verifica di grammatica, confrontarsi con colleghe che ti trattano come se fossi una cretina solo perché sei giovane e sei l'ultima arrivata, tutto in cambio di qualche misera soddisfazione.
Magari sono solo stata sfortunata io, se fossi capitata in una classe diversa - come la deliziosa prima in cui purtroppo ho solo sei ore - vedrei tutto sotto un'altra luce, magari è solo questione di abitudine e si impara a farsi scivolare tutto addosso, si rivedono le proprie aspettative, ci si abitua ad accontentarsi di conquiste piccole piccole, ma a metà di questa "avventura" posso dire che non vorrei farlo per tutta la vita.
Sono contenta di aver trovato un lavoro così in fretta, mi fa sentire utile e responsabile, ma non credo sia la mia strada. Vorrei provare ad insegnare in un liceo, per valutare se in un contesto diverso l'insegnamento possa piacermi di più, e intanto non escludo che prima della fine di settimana prossima possa cambiare idea, del resto fino a qualche mese fa escludevo categoricamente la possibilità di ritrovarmi in una scuola, e invece eccomi qui, prof.
Un altro aspetto che fatico a digerire, e la metafora è particolarmente indicata, è che in questo primo breve periodo da lavoratrice ho messo su un altro chilo, invece di perdere i due che avevo in programma di perdere. Negli ultimi giorni sono sul 61 alto e non so come invertire questa orribile tendenza. Non sto mangiando molto, in realtà, ma mangio male, ad orari sempre diversi, cose acquistate in giro mentre torno a casa, mangiate frettolosamente, in piedi, perché odio mangiare da sola, tanto meno in pubblico.
Non riesco a fare colazione perché esco di casa troppo presto, quindi generalmente bevo un caffè prima di iniziare e poi a metà mattina mi tocca buttare giù degli zuccheri per sopravvivere e l'unica opzione sono le merendine confezionate (essendo intollerante al lievito posso mangiare solo dolci preparati con lieviti chimici o agenti lievitanti) piene di grassi che mi lasciano l'unto sulle mani e il disgusto nella testa. 
L'altroieri momento di crisi perché dovevo fermarmi nel pomeriggio e non avevo nessuno con cui pranzare, e troppo poco tempo per tornare a casa. Ho vagato per un'ora per negozi, cercando di decidere se fosse meglio andare in un bar/ristorante  e mangiare un piatto "vero" (un'insalatona, della bresaola, un secondo caldo) da sola oppure prendere qualcosa in giro e mangiarlo per strada confondendomi nella folla. Alla fine ho optato per la seconda possibilità, perché l'idea di essere ad un tavolo da sola mi angosciava troppo, e mi sono ritrovata a comprare delle patatine in un locale che vende solo patate fritte, l'unica valida alternativa alla sfilza di forni, focaccerie, piadinerie. Avrei dovuto prendere uno yogurt come lunedì o un gelato, ma poi sono passata da quel posto e ho pensato che fosse il pasto adatto da consumare in mezzo ad una piazza piena di gente che spiluccava ad un identico cono: nessuno avrebbe guardato me.
Peccato che le patatine non fossero poi così speciali, erano salate e troppo fritte e così ne ho mangiate solo la metà e ho ceduto il resto a un uomo che rovistava nel cassonetto. Nel momento in cui gli ho lasciato il sacchetto tra le mani mi sono sentita sollevata da un peso enorme, quasi mi stessi liberando della refurtiva di una rapina! E più o meno era così: stavo distruggendo le prove della mia colpa, sperando di cancellarne anche le conseguenze dal mio corpo, ma mi sono sentita sporca e contaminata per tutto il giorno.
Per oggi però mi sono organizzata con cura: dato che non avrei avuto il tempo di tornare a casa per pranzo perché avevo un impegno nel primo pomeriggio ho preparato del farro con pomodorini secchi e olive verdi e una mini brioche integrale (pesa 40 grammi, l'ho pesata dopo cena, cedendo ad un impulso più forte di me) da mangiare a colazione, così non sarò costretta a comprare cose grasse.
Devo assolutamente perdere questi chili odiosi, perché mi sento ingombrante e qualsiasi cosa indossi non riesco a sentirmi a mio agio, mi sembra di scoppiare nei pantaloni aderenti, è una sensazione terribile che non voglio provare mai più.
Devo trovare un ritmo sano per questi ultimi dieci giorni di lavoro, anche come esempio per un futuro più o meno prossimo nel quale non potrò permettermi di ingrassare di un chilo per ogni settimana lavorativa.
Vi abbraccio e vi ringrazio per i bellissimi commenti allo scorso post! Risponderò presto, quando avrò il tempo e la concentrazione che essi meritano!

giovedì 15 ottobre 2015

anniversario amaro

Domani ricorre il mio settimo anniversario con i DCA. C'è poco da festeggiare, me ne rendo conto, eppure ogni anno, quando si avvicina il 16 ottobre, riesco sempre a sorprendermi di quanto questa particolare relazione, pur con i suoi alti e bassi, sia incredibilmente duratura.
Correva l'anno 2008 quando tutto è cominciato. E tutto è cominciato nell'elegante bagno del castello in cui si celebrava il matrimonio di mia cugina. Lì, mentre mi ritoccavo il trucco nello specchio anticato (avete presente quelli un po' macchiati, con le pesanti cornici di legno dorato?) qualcosa è scattato in me: mi sono vista, improvvisamente, orribile, grottesca. Ho visto il grasso che debordava dal vestito con lo scollo a cuore, creando disgustosi cuscinetti sotto le ascelle, mi sono vista le gambe enormi, troppo pesanti per le scarpette dal tacco fine, le guance deformi, il sedere obeso anche sotto la gonna a palloncino. 
Mi sono sentita sporca, ho avuto l'impressione che tutto il cibo che avevo ingurgitato fino ad allora mi stesse marcendo nello stomaco, ho sentito di dovermi disfare al più presto di tutto quello schifo, così mi sono infilata in uno dei bagni e ho vomitato tre volte di fila, finché non sono stata certa di aver eliminato tutto, di essere finalmente pulita.
Non so cosa sia successo in quel bagno. Non che fino ad allora fossi una ragazzina spensierata e felice, avevo già sofferto di disturbi d'ansia generalizzata negli anni precedenti, episodi di derealizzazione e depersonalizzazione che duravano anche per giorni interi, ma non avevo mai avuto pensieri distruttivi sul mio corpo. Tra l'altro pochi mesi prima la mia amica M. era stata ricoverata in una clinica specializzata in DCA, l'avevo vista mentre la portavano via da scuola in braccio, ridotta ad uno scheletro di una trentina di chili, non avrei mai pensato che di lì a poco ci sarei cascata anche io, io che le ero stata vicina, io che le avevo tagliato la pizza in pezzi microscopici per convincerla a mangiare, io che le avevo fatto compagnia mentre vomitava, nei bagni del liceo, dopo aver bevuto una cioccolata calda alle macchinette.
Prima fase - la "luna di miele"
  
Da M., anziché imparare cosa non fare, avevo imparato come comportarmi per non essere scoperta. Ho sempre avuto un debole per la pianificazione, e mi ritrovai a pianificare anche la mia malattia. Dapprima fui molto cauta: avevo ridotto drasticamente il mio introito calorico ma, considerato che fino ad allora avevo mangiato sicuramente più del necessario, nessuno s'insospettì. Per Natale avevo perso più di dieci chili ricevendo solo complimenti.
Ero orgogliosa di quello che ero riuscita a fare: mi piacevo, mi sentivo bella, ero a mio agio con il mio corpo. A Capodanno indossavo un vestito cortissimo, verde scuro ricoperto di glitter, e portavo i capelli alla Rihanna dei tempi, corti corti, con un ciuffo davanti agli occhi.  Avevo l'impressione di avere tutto sotto controllo, di avere il pieno potere sul mio corpo e sulla mia vita, poi all'improvviso le cose cominciarono a sfuggirmi di mano.

Seconda fase - l'ossessione

Per continuare a dimagrire a quella velocità (perdevo 1, 2 kg alla settimana) dovevo continuare a ridurre l'apporto calorico. All'inizio della primavera avevo eliminato la colazione e sostituito il pranzo con una barretta ipocalorica o con uno yogurt magro. A questo punto, poi, dovevo raccontare molte più bugie per camuffare i miei digiuni: dicevo ai miei che mangiavo a scuola e ai miei amici che mangiavo a casa e poi non mangiavo affatto, uscivo di casa prima se dovevamo incontrarci dopo cena, così potevo mentire a tutti, fingevo di portarmi a scuola un panino e poi lo davo ai gatti della custode. Vivevo in una fitta rete di menzogne che riuscì a proteggermi finché non fu il mio corpo stesso a tradirmi: a fine maggio pesavo 43 kg, trenta chili meno di ottobre, e non avevo più le forze per fare nulla, se non studiare e alzare sempre di più la mia media scolastica, che ormai sfiorava il 9. 

Terza fase - la distruzione

Ormai nessuno mi faceva più i complimenti per la mia forma invidiabile e io non mi vedevo più bella come all'inizio della mia "dieta". Mi vedevo grassa, sproporzionata, ingombrante, ed ero soprattutto stanca: dormivo due o tre ore per notte, passando il resto del tempo sveglia per via degli attacchi di panico ripetuti, e arrivai persino a sperare di addormentarmi e non svegliarmi mai più.
Una notte d'inizio giugno, poi, rimasi paralizzata per qualche minuto: non riuscivo più a muovere le mani, né le gambe, né la bocca per chiamare aiuto. Fu bruttissimo, credetti davvero di morire, immaginai i miei genitori che scoprivano il cadavere, mi figurai il mio funerale, i miei amici in lacrime, la lettera di addio che tenevo nel cassetto della scrivania che veniva letta da M. o da A.
In quel momento decisi che dovevo fare qualcosa, che non volevo morire, né essere ricoverata come aveva paventato il mio medico di base. Ricominciai piano piano a mangiare, ripresi subito qualche chilo per poi raggiungere i 47/49 kg sui quali rimasi stabile per tutta l'estate.

Quarta fase - la "guarigione" a.k.a. la bulimia
 
La mia "guarigione" passò attraverso una lunga fase bulimica, come capita a tante ragazze anoressiche. L'anno di digiuni e restrizione mi aveva convinta che non mangiare fosse sbagliato, perciò mangiare e poi vomitare mi sembrava un buon compromesso per stare bene senza tornare grassa. Avevo una paura folle di ritornare sopra i 50kg, di non entrare più nella 38, di non riuscire più a sentirmi le ossa del bacino. Volevo stare bene, ricominciare ad uscire e divertirmi, volevo che i miei amici e i miei genitori non fossero più preoccupati per me, ma non ero pronta a rinunciare al 4 sulla bilancia.
Così mangiavo e vomitavo. Non tutto, ovviamente. Vomitavo quasi sempre la cena, sempre quando uscivo a mangiare, spesso il pranzo, mai la colazione, mai gli spuntini pomeridiani che mi davano l'energia per studiare e per fare ciclette, la mia nuova droga. 
La mia fase bulimica, che per me corrispondeva alla guarigione completa (non ho mai pensato di essere di nuovo malata!), durò per un anno intero, finché il dentista che doveva controllare a che punto fossero i denti del giudizio non mi disse che avevo i denti rovinati dal vomito e che se non avessi smesso avrei dovuto rifarli tutti. Il che mi sarebbe anche piaciuto (denti di ceramica, perfetti e bianchissimi!) se non fosse che poco dopo ci si mise anche il medico a dirmi che il bruciore costante allo stomaco non era dovuto soltanto allo stress della maturità, ma anche ai succhi gastrici e che potevo sviluppare un'ulcera o un tumore allo stomaco e io, da brava ipocondriaca quale sono e fui, decisi di abbandonare quella pratica quotidiana, nella quale ero diventata talmente brava che ormai non mi serviva più neppure bere litri d'acqua o infilarmi le dita in gola.

Quinta fase - l'ipocondria alias "il corpo sempre al centro dei miei pensieri"

Con l'inizio dell'Università arrivò un periodo di serenità, forse il più duraturo di questi sette anni. Avevo accettato di superare il 50, e nel corso del 2010 e poi del 2011 continuai ad ingrassare inesorabilmente, arrivando all'inizio del 2012 a sfiorare nuovamente i 70kg. All'inizio mangiavo perché ero felice, nell'autunno del 2011, invece, mangiavo perché ero sicura di stare per morire, e volevo togliermi qualche sfizio. So che suona assurdo, ma ho avuto tre o quattro mesi di depressione mista ad episodi ipocondriaci piuttosto gravi, ero convinta di avere la SLA o un tumore al cervello e ne ero tanto convinta che mi provocavo dei sintomi inquietanti, come fascicolazioni in tutto il corpo o formicolii continui che convinsero persino il mio medico a farmi fare una serie di esami neurologici, risultati tutti negativi.

Sesta fase - la Dukan 

Nel 2012, superata la fase ipocondriaco-depressiva, decisi che era il momento di riprendere in mano la mia vita e il mio corpo. Le diete "normali" non avevano più alcun effetto su un corpo provato da anni di disturbi alimentari, ingrassavo con 1000/1200kcal al giorno, nonostante le ore di sport. A maggio cominciai la dieta Dukan, accodandomi ad alcune amiche che la stavano già facendo e illusa dai risultati ottimi della madre del mio fidanzato, che aveva perso 20kg in un paio di mesi. Io non fui altrettanto fortunata ma forzando la Dukan in chiave molto restrittiva riuscii a tornare a 55kg entro l'inverno, salvo poi recuperare tutto con gli interessi, una volta ripresa un'alimentazione sana e variegata.

Settima fase - riportare il corpo a regime

E siamo all'apertura di questo blog, all'inizio del 2014. Mi ritrovavo, ex anoressica, intrappolata in un corpo enorme, che non rispondeva più al mio arbitrio, avviato ad un ingrassamento senza fine. 68 kg. 72. 76. Temevo che avrei visto gli 80 prima di riuscire a capire cosa sbagliavo, finché non mi sono rassegnata ad una decisione che non avevo mai voluto prendere: rivolgermi ad un professionista, nello specifico una nutrizionista esperta in bulimia e DCA, che ha elaborato per me un piano alimentare con lo scopo di correggere il mio metabolismo basale, che nel settembre 2014 era di 790kcal al giorno e che alla bioimpedenziometria di luglio si attestava, invece, su valori molto più corretti, 1100kcal circa. È ancora basso, ma considerati i miei problemi di ipotiroidismo è sicuramente più accettabile.
La situazione attuale è che non vedo la nutrizionista da luglio, sono in una fase di nuova sfiducia nei confronti del piano alimentare, perché non dimagrisco più, sono stabile intorno ai 60kg e la dottoressa mi aveva predetto che, riportato il metabolismo basale al suo valore corretto, avrei raggiunto il mio set-point. Ma io così non sto bene, mi sento ancora grassa, vorrei perdere (almeno) altri cinque chili, ma con il regime alimentare da lei prescritto non posso farlo, perché non è abbastanza "severo". Razionalmente so che dovrei accettare di fermarmi, perdere semmai un paio di chili, ritornando al peso di quest'estate, e lavorare poi sulla tonificazione, so che avendo fatto danza per molti anni non potrò mai avere le gambe sottili che invidio alle altre, che la 40/42 è giusta per me, ma tutte queste belle e sagge cose non mi impediscono di pensare che sarebbe bello regalarmi un 55 per Natale, che è il mio peso ideale, che quando pesavo così, quel famoso Capodanno del 2009, mi vedevo bella, bella come non mi sono mai più rivista, né a 40 né a 70kg.
Scusate per il post lunghissimo, anche perché le lettrici di lunga data sicuramente conoscevano già molti dettagli di questa storia, ma ho voluto ripercorrere le tappe fondamentali di questi sette anni per tirare le fila del discorso e per chiedermi se sono pronta, dopo tanti anni, a rompere questo rapporto malato e deleterio e a cominciare un percorso nuovo, ma nuovo per davvero.

sabato 10 ottobre 2015

Obbiettivo del sabato sera? Sembrare più magra delle altre.

Sabato sera. Pedalo sulla ciclette e intanto penso a come vestirmi per uscire a cena. L'occasione non è delle mie preferite: festa di un amico del mio fidanzato con altri suoi amici e con i colleghi del festeggiato. Gli amici del mio fidanzato non mi piacciono e io non piaccio a loro, tant'è che nessuno si è presentato alla mia festa di laurea, e quindi li avrei bidonati volentieri, ma lui crede che sia di cattivo gusto non andare per ripicca (beh, lo è almeno quanto non venire alla mia festa e non impegnarsi neppure ad inventare una scusa) e così ho accettato di andare, a patto di avere una giornata per noi due soli domani, tradendo il tradizionale pranzo della domenica a casa dei suoi.
Perciò, dicevamo, penso a come vestirmi. Lo scopo non è essere carina, curata, elegante, ma sembrare più magra delle altre.
Shame on me.
Ventiquattro anni, fama di essere una persona seria, assennata e responsabile e svuoto ancora l'armadio alla ricerca dell'abbinamento che mi faccia sembrare più magra possibile: meglio una maglia aderente o i pantaloni a vita alta per sottolineare il punto vita sottile? O meglio il nero, per nascondere i punti deboli e camuffare il culone? Tacchi alti per slanciare le gambe?
Non mi interessa neppure di sembrare bella, voglio solo sembrare magra. Più magra di quell'amica di A. che si sfonda di dolci per un anno e poi perde dieci chili in due mesi, più magra delle colleghe di J., più magra di tutte le altre ragazze.
È un desiderio di cui mi vergogno, ve lo giuro, ma mi tormenta da anni. Iniziando a frequentare l'università avevo addirittura valutato la possibilità di fare amicizia solo con le più grasse del corso, in modo da poter essere la più magra tra le mie amiche. Invece sono condannata ad avere amiche magre e gnocche: M. che è stata anoressica, S. che piace a tutti i maschi del mondo, R. che si lamenta delle gambotte e sono la metà delle mie.
Ho la sensazione che mi godrei le cene molto di più se al tavolo fossero sedute solo persone più grasse di me. Non dovrei combattere con i sensi di colpa ogni volta che sollevo la forchetta, non sarei costretta a pensare che ogni boccone in più aumenti il divario tra me e loro, o - la mia ossessione più grande - non dovrei temere di fare la figura della cicciona ingorda.
 
Lo so che sono patetica mentre valuto se sia meglio nascondere la pancia con un giacchino o rimborsando la camicia fuori dai pantaloni, ma il desiderio di essere più magra delle altre aumenta quando mi trovo in situazioni che mi mettono a disagio, tra persone che non conosco e per le quali non sono Euridice ma la fidanzata di A. Vorrei essere ricordata come la fidanzata magra di A. Vorrei essere una di quelle persone magre che non si fanno problemi ad ordinare una pizza, piuttosto che l'aspirante magra fallita che ordina l'insalatona. Vorrei sentirmi dire "come fai a rimanere magra, mangiando così?" mentre da anni la gente non fa che dirmi che mangio troppo poco, che faccio troppo sport, che mi faccio troppi problemi sul cibo. Che poi, fondamentalmente, è come se mi dicessero "come fai a rimanere grassa, mangiando così?".
Scusate per questo post frivolo e immaturo. Ve l'ho detto, mi vergogno io per prima di fare questi pensieri, ma è più forte di me. 
E mi sa che alla fine opterò per il total black.