domenica 20 luglio 2014

DCA e isolamento - la riflessione della domenica pomeriggio

Il post di Softy di oggi mi ha fatto molto riflettere. Softy racconta di come, prima della malattia, facesse la vita allegra e spensierata che ogni ragazzina dovrebbe fare e il peso non era un ostacolo alla vita sociale, si scattava tante foto, si piaceva. Ora, venti chili più magra, si vergogna di mostrare il suo corpo, inventa scuse per non uscire e si chiude sempre più in se stessa. Mi ha fatto riflettere perché se c’è un comune denominatore che ho osservato in tutte le vicende di DCA che hanno coinvolto persone che conosco, che ho conosciuto proprio grazie a questi disturbi e che coinvolgono anche me è come alla malattia si accompagni sempre l’isolamento.
Pensiamo a quante belle cose faremo quando saremo magre. Pensiamo che andremo finalmente al mare senza farci troppe paranoie, che ci compreremo quel vestitino che c’è in vetrina da Zara e che fa sembrare grasso persino il manichino, che mangeremo la pizza senza doverci sentire in colpa, e invece, paradossalmente, succede il contrario.
Ricordo l’estate del 2008 come una delle più belle della mia vita: la prima vacanza da sola, gli incontri furtivi con i ragazzi, fare tardi tutte le sere, sbronze e risate con gli amici, aspettare l’amica che viene a prenderti in motorino e andare in piscina a fare le oche ridendo dei commenti volgari sui rispettivi sederi. Pesavo settantacinque chili, ero flaccida e grassissima, ma non m’importava. Mi scattavo delle foto in cui mi trovavo bella, o semplicemente non mi trovavo brutta, e pubblicavo massicciamente le mie foto su facebook, senza curarmi di tagliare le gambe, trovare un’inquadratura in cui le mie braccia non sembrassero giganti, le mie guance sformate dalla ciccia. 

Della primavera del 2009, quella dei 43 kg, non esistono praticamente foto. Le ultime risalgono alla gita di classe di marzo, 46 kg, con i jeans troppo larghi e il trench che mi ero fatta prestare dalla sorella di una mia amica, taglia nove anni, che ancora tirava sul seno. E per me era terribile, significava che ero ancora troppo grassa, volevo che tutti i vestiti mi andassero larghi, non solo i miei, anche quelli degli altri: qualsiasi vestito prodotto nel mondo doveva andarmi largo.
 [Marzo 2009, 46 kg]
Non uscivo più, se non per andare a scuola o per andare a ballare, conscia che avrei bruciato calorie senza ingerirne. Agli inviti dei miei amici rispondevo con le scuse più variegate. Mi vergognavo di farmi vedere così grassa, avevo paura di trovarmi in situazioni che mi avrebbero fatta ingrassare ancora, e poi le situazioni troppo affollate mi facevano venire gli attacchi di panico e la tachicardia. Me ne stavo nella mia camera a chiedermi come mi fossi infilata in quel vicolo cieco, dove fosse finita la ragazzina solare che aspettava l’estate per tornare a casa solo a dormire, com’era possibile che l’avesse rimpiazzata quell’ameba che ero diventata. Più mi isolavo, più volevo stare sola. Vedevo gli altri uscire, divertirsi, vivere i loro diciott’anni, e io invece ero stanca come se fossi già vecchia e volevo solo dimagrire. Volevo diventare così magra da disintegrarmi e smettere di soffrire, ero stanca di avere problemi più grandi di me. Quante ragazzine soffrono di attacchi di panico, depersonalizzazione e sindrome depressiva? Io ero stufa di essere sempre triste, ipocondriaca e con il cuore che si metteva a sfarfallare senza ragione apparente nel cuore della notte. Cercavo la pace e mi sarebbe bastata anche la morte.
Poi le foto riprendono con l’estate inoltrata. In mezzo, la presa di coscienza che mi salvò dal ricovero: non volevo finire in ospedale, non volevo che mi succedesse quello che era successo a una mia amica, ricoverata in fin di vita un anno prima, a 29 kg, con l’artrite e l’esofago pieno di ulcere. Non volevo che mi rinchiudessero in una stanza in cui non avrei potuto vedere nessuno, e finalmente compresi che era sciocco che fossi io per prima a impormi da sola quella prigionia.
 [Estate 2009, 47 kg nella prima foto, 49 nelle altre due]
 Ricominciai ad uscire poco per volta, assaporando il ritorno ad una vita meritevole di essere vissuta. Un giorno, poi, all’improvviso, nella vetrina di un negozio mi vidi come mi vedevano gli altri: uno scheletro con la fronte calva, i denti ingialliti e gli occhi sporgenti. Cominciai a considerare il cibo una medicina, lo assumevo come avrei assunto un farmaco, osservando i miglioramenti sulla mia pelle coperta di eczemi, sugli zigomi meno sporgenti e soprattutto sui capelli, perché l’idea di diventare calva mi terrorizzava (ed era uno dei motivi per cui non uscivo più e mi facevo sempre la coda con una specie di riporto).
Perché vi racconto questa storia? Perché sono sicura che l’isolamento sia non solo una delle conseguenze della malattia, ma perché sono fermamente convinta che ne sia anche la causa. Ad un certo punto si innesta una sorta di circolo vizioso che ci porta a chiuderci sempre più in noi stesse, rifiutando l’aiuto o anche solo la compagnia di chicchessia. Ma più ci chiudiamo verso l’esterno più ci sentiamo sole e la solitudine è una spinta fortissima all’autodistruzione: mi faccio a pezzi, mi lascio morire di fame, tanto a nessuno importa.
Raccontiamo scuse agli amici, ai fidanzati, ai genitori. Li escludiamo dalla nostra vita spingendoli fuori dal nostro mondo per poterci crogiolare nel nostro dolore. Possiamo persino lamentarci della solitudine che ci siamo cercata.
Ho raccontato questa storia perché perdere peso è solo la manifestazione esteriore di un  disagio ben più profondo che non può - e non deve - essere risolto privandoci anche delle piccole cose che ci fanno stare bene. Non dobbiamo lasciare che la malattia diventi il nostro unico orizzonte chiudendo il mondo fuori dalla nostra stanza, tutti i disturbi mentali sono subdoli e diventano più forti se concediamo loro di impedirci di vivere. Si fa in fretta a dimenticare quante cose belle ci stiamo perdendo per paura di un attacco di panico o di dover mangiare più calorie di quanto programmato, ma non dobbiamo permettere che succeda. Dobbiamo rimanere sempre aggrappate al mondo che c’è fuori dalla nostra testa, perché è il primo passo per rientrarvi.
 E se siamo qui è perché sappiamo di poterlo fare, altrimenti non cercheremmo neanche il confronto. Invece leggiamo avidamente le parole di altre ragazze che vivono i nostri stessi drammi, combattono le nostre stesse lotte, ottengono i nostri stessi successi e siamo meno sole. Questo blog è molto importante per me e le vostre storie, le vostre parole, mi danno sempre la carica per non mollare. Ed oggi voglio ricambiarvi così, cercando di infondere in voi un po’ di quella forza che voi, nei vostri commenti, infondete sempre in me.
Vi abbraccio forte.

21 commenti:

  1. Con questo post mi hai fatto molto riflettere, come d'altronde ha anche fatto Softy con il suo
    Anche io sto sperimentando questo isolamento su me stessa: voglio sempre starmene sola, cerco di evitare tutte le situazioni che comprendano il cibo o anche un eccessivo mettermi in mostra, se esco lo faccio solo con poche amiche, cercando di evitare di incontrare altre persone e rifiutando gli inviti quando so che questo è inevitabile. Il fatto è che la solitudine che pian piano sto creando attorno a me mi fa male, quando rimango a casa da sola ci sto male, e per me la causa di tutto questo sono solo io, io che sono troppo ingombrante, io che do fastidio. E per questo mi sento troppo grossa, mi sento inadatta, e quel dimagrire ancora un pochino mi sembra l'unica soluzione al problema; e per poterlo fare indisturbata mi trovo a rifiutare altre situazioni sociali, cadendo in quel circolo vizioso che tu stessa hai nominato.
    Purtroppo è difficile rimanere aggrappate al mondo che sta fuori, perché ci scivola via talmente in fretta che non si fa in tempo a rendersi veramente conto di quello che sta accadendo, e reagire richiede una forza enorme, che a volte non si ha nemmeno voglia di cercare.
    Ti abbraccio e ti sono vicina

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    1. Hai ragione, la cosa più difficile è trovare la forza di spezzare il circolo vizioso, ci si convince che non ne valga la pena e si finisce per lasciarsi completamente sopraffare dal proprio male di vivere, dall'apatia estrema, dall'abulia. Ricordo pomeriggi interi seduta alla scrivania a pensare a quanto mi annoiassi e ad essere talmente annoiata da non trovare lo stimolo per interrompere quella sensazione, uno stallo mentale e fisico davvero devastante. Per fortuna ora mi capita meno e gli episodi depressivi del passato sono meno frequenti.
      Un abbraccio!

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  2. Secondo me hai idealizzato un pochino il passato. Sicuramente la tua vita era migliore rispetto a quando è subentrato il DCA, ma se tu fossi stata veramente felice e priva di problemi non ti saresti ammalata, non trovi?

    Detto questo, anche io ritengo che l'isolamento che accompagna il DCA non faccia altro che alimentare i pensieri malati. Sembra banale, ma uscire e distrarsi aiuta molto a non focalizzarsi sul cibo. Non a caso, quando ho ricominciato ad avere una vita sociale, ho perso l'interesse per i supermercati, ho smesso di passare ore su internet in cerca di prodotti light ed è sparita addirittura l'insonnia dato che non c'erano più pensieri malati a tenermi sveglia!

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    1. No, certo, io tendo sempre ad idealizzare il passato ("the only charm of the past is that it is the past", scriveva Wilde) ed ora vedo soltanto le luci di un periodo che aveva sicuramente molte ombre, anche perché prima del DCA avevo già altri disturbi, come attacchi di panico e simili. Quindi non ero felice, altrimenti, come giustamente dici tu, non mi sarei ammalata, però ora che quella parte di problemi l'ho (quasi del tutto) superata mi sembra che la vita senza i problemi col cibo fosse meravigliosa.
      Anche io ho superato l'insonnia ricominciando ad uscire, è davvero una cura miracolosa!
      Un bacio!

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  3. GRazie Euridice, un po' di speranza. Ti auguro tutto il bene per il tuo percorso, hai ragione quando dici che perdiamo tante cose belle della vita dietro ad un disturbo. Non è facile trovare la forza per reagire, ma è molto coraggioso. Un abbraccio!

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    1. Se penso a quante cose mi sono persa, a quante non mi sono goduta, per colpa della malattia, non riesco a perdonarmelo. E' la ragione per cui ora, anche se spesso controvoglia, cerco di non dire mai di no agli inviti, perché spero che tra qualche anno, quando sarò completamente guarita (perché ci voglio credere, si può uscire.) non avrò nessun rimpianto, o ne avrò di meno.
      Un bacio!

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  4. Io mi comporto diversamente. Nn mi nascondo, nn perdo occasione x uscire cn le amiche o cn il mio ragazzo, compro vestiti di taglie sempre più piccole, voglio ke gli altri mi facciano foto su foto, nn ho imbarazzo....insomma direi ke mi trovo ad ostentare la mia perdita di peso con top striminziti e jeans mai abbastanza stretti o maglie mai abbastanza scollate. E l'evidenziare voluto della mia perdita di peso nn fa altro ke attirarmi quasi quotidiani commenti maschili e femminili di qualsiasi età, amici, parenti, conoscenti. Ma il mess dei loro commenti è solo 1: noi nn ci aspettavamo ke tu potessi fare 1 cosa del genere e se noi nn ce lo aspettavano tu nn avresti dovuto farlo. Sn allucinanti le etichette ke ci dà la gente. E mi danno terribilmente fastidio. Soprattutto xk, si sa, se la magra da sempre diventa più magra è indifferente, se la grassa da sempre diventa magra allora nn puo' permetterselo. Credo ke la mia ostentazione controcorrente della mia avvenuta magrezza rispetto ai comuni disagi sociali di ki ha 1 dca voglia essere 1 protesta proprio a queste etichette ke trovo avvilenti, riduttive...ognuna di noi invece....può fare grandi cose!!

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    1. Non lo so, sicuramente ognuno vive il DCA a modo suo e dato che stiamo parlando di persone e non di regole matematiche ecco che c'è sempre l'eccezione "che conferma la regola". Il punto è che io, arrivata a meno trenta kg dal peso di partenza, non volevo ostentare la magrezza perché pensavo che non ci fosse nulla da ostentare. Al contrario, più dimagrivo e più mi sentivo grassa, mi vedevo grassa e avevo l'impressione che se fossi uscita con le amiche avrei occupato troppo spazio. È una sensazione difficile da spiegare, ma non compravo neanche le taglie giuste di vestiti, mi mettevo cose informi e larghe per nascondere il mio corpo, che non sapevo più se fosse troppo grasso (come lo vedevo io) o troppo magro (come lo vedevano gli altri) ma che sicuramente era orribile.
      Così, a dire il vero, non volevo neanche più dimagrire, volevo solo annullarmi.
      L'importante secondo me è provare ad incanalare la grande forza di volontà che dimostriamo nell'affamarci in una cosa meno distruttiva, come riprenderci quello che ci spetta, una vita dignitosa e serena.

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  5. Tuttavia ho anche io il rovescio della medaglia: odio pranzi e cene ke nn posso programmare e stabilire meticolosamente dose x dose (qnd a casa ci sn i miei o le uscite a cena cn M) ....mi sale l'ansia, ma soprattutto irritabilità e rabbia. 1 pizza imposta a cui poi segue il dolce x convenzione, il gelato ke nn va bene se è solo 1 pallina e allora la gente ti guarda male, bestemmia se nn prendi il contorno di patatine....scegli di bere acqua e nn coca cola? Molto male! ....e intanto io mi massacro x perdere peso nella mia lotta corpo-mente... mezz'ora è sufficiente ad annullare ogni lungo sacrificio e a farmi ripartire da zero, anzi da meno uno. -.-"

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  6. Bel post, scusa se te lo chiedo ma quanto sei alta? A me a 46kg non sembravi uno scheletro (ma eri vestita) e a 49 mi piacevi. Ma come mai avevi i denti ingiallito? Vomitavi molto?
    Comunque io considero sempre un fattore che gli altri non prendono in considerazione: l'intelligenza. Come si ammalano persone intelligenti si ammalano anche le cretine o peggio, si VOGLIONO ammalare quelle che sono indubbiamente cretine. Ed essere cretine o intelligenti non dipende da che voti prendi all'università, puoi avere tutti 30 ed essere indubitabilmente scema, superficiale, vuota. Quindi io dico chi è intelligente si rende conto e trova la volontà di uscirne e in generale guarisce solo e unicamente chi VUOLE guarire. Tutti gli altri trovano scuse, punte. Tu hai avuto una grande forza e che sei una persona intelligente si capisce anche da questo. Anche da cicciotta stavi bene, non mi sembravi flaccida!

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    1. Sono alta 1,61, perciò il mio peso ideale, stando alle misurazioni del dietologo (ammesso che possa esistere un peso ideale) e considerata anche la massa muscolare, dovrebbe essere compreso in un range tra 52 e 58 perciò a 49 kg effettivamente non stavo male. Fisicamente. Per questo voglio provare a tornare ad avere quel fisico ma con uno sguardo più sano che mi permetta di apprezzarlo senza forzare la mano. Invece a 46, e ancor di più a 43, stavo davvero male, ero brutta anche di viso e anche se vestita non si vede avevo ossa che sporgevano dappertutto e con il senno di poi penso di essere stata davvero orribile. Avevo i denti ingialliti perché vomitavo molto, sì, e vomitavo succhi gastrici perché di solito erano conati a vuoto, al mattino o dopo pranzo (ma io non mangiavo nulla a pranzo quindi non avevo nulla da vomitare). Invece da cicciotta ero molliccia rispetto ad ora, anche se c'è da dire che ero ancora "bambinesca" perché avevo diciassette anni suppergiù quindi non fa testo!
      Un grosso bacio.
      P.S.
      Condivido la tua riflessione sull'intelligenza che uscire ( e voler uscire) da una malattia psichiatrica comporta. A dire il vero in tanti anni di frequentazione di psicologi etc ho potuto constatare che le persone che si ammalano di questo tipo di disturbi sono generalmente più intelligenti e sensibili rispetto alla media, ma volersi ammalare è un altro paio di maniche ed è una cosa che non augurerei neanche ai miei peggiori nemici.

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  7. Scusa gli errori, mi corregge male il telefono, in automatico per altro!

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    1. Capisco benissimo il dramma, ogni volta che scrivo "e" devo tornare indietro a correggerlo perché lui corregge in "é"!

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  8. Sono perfettamente d'accordo con te: DCA e isolamento son 2 cose che vanno a braccetto... e credo che sia un po' un serpente che si morde la coda. Il DCA ti porta ad isolarti dagli altri in quanto la malattia in sé ti spinge ad evitare ogni situazione sociale, un po' per evitare di dover raccontare bugie su ciò che (non) mangeremmo, un po' perché la carenza di cibo si riflette in una carenza di aminoacidi che servirebbero per sintetizzare quei neurotrasmettitori che spingono alla socialità (serotonina & co.). Allo stesso tempo, lo stare sempre sola comporta che non hai interazioni, e dunque l'unica cosa che hai da pensare sono i tuoi stessi pensieri, ed essendo il cervello un organo reiterativo, ogni volta che si percorrono le stesse piste (gli stessi circuiti neuronali) quei pensieri si rinforzano, e se sono pensieri patologici si rinforza la malattia. Ergo, le 2 cose si fomentano l'una con l'altra in un abbraccio letale.
    Io credo che il peso sia pressoché niente di fronte a quelle che sono le nostre vere problematiche (differenti per ciascuna di noi, certo, poiché ogni persona è una storia a sé), che nascondiamo dietro il DCA utilizzandolo come "coperta di Linus"... e che nel momento in cui si affrontano quei problemi, il peso diventa assolutamente secondario in ogni caso.
    Ti abbraccio...

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    1. Le tue spiegazioni mediche sono sempre molto accurate ed esaustive, grazie!
      Sono d'accordo sul fatto che il peso sia soprattutto un palliativo, è una cosa (relativamente) facile da controllare, o almeno così ci sembra e sfoghiamo problemi totalmente diversi sul cibo, privandocene o abbuffandoci. Io, che sono entrata negli studi degli psicologi come vittima di depressione e sindrome d'ansia generalizzata prima che da anoressica, posso confermare che i periodi in cui mi fisso con il cibo vanno spesso di pari passo con i periodi in cui riaffiorano i problemi con l'ansia, l'ipocondria e le somatizzazioni dello stress e che invece a periodi di serenità corrispondono periodi in cui l'ossessione per il cibo si fa più blanda.
      Un bacio!

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  9. Assurdo, leggendo le tue parole davanti agli occhi ho ripercorso e immaginato ogni singolo istante della tua vita, e ho rivisto me stessa chiusa in camera , sul letto a cercare meticolosamente le ossa.
    è assurdo come questo pensiero possa impadronirsi della nostra mente, del nostro corpo del nostro cuore della nostra vita, fino a ridurci invisibili non solo al mondo ma anche a noi stesse.
    riprendiamoci la nostra vita piccina, allontanando questo mostro che ha piantato le radici dentro di noi!
    Ti abbraccio e ti sono vicina!!!

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    1. Esatto, Audrey, dobbiamo riprenderci la nostra vita ed estirpare questo male, senza lasciare che si nutra di noi fino ad annullare la nostra volontà, come purtroppo capita troppo spesso. E non dobbiamo aver paura di lasciarlo andare, cosa che succede altrettanto spesso: quasi ci si affeziona alla malattia e si teme di non poter vivere senza. Ma possiamo farcela, ne sono sicura! Un bacio!

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  10. Ciao Euridice... Hai scritto un post bellissimo, ed è piu o meno la cosa che è successo a me... Tendo ad isolarmi e piango la mia solitudine, cosi come faccio tante altre cose volontariamente, a volte proprio per rimpiangerle. È un circolo vizioso. È un po' come quando vomiti, ti fai del male, lo sai, ma continui a farlo quasi per avere qualcosa di cui pentirti. Non so perché piu si sta soli piu si desidera e si cerca la solitudine, io credo che il tutto inizia quando so pensa che "gli altri non potrebbero capire". Ci si sente diversi, quasi superiori soprattutto nel periodo in cui si perde peso.
    ci si sente incomprese e le uniche in grado di farlo, di distruggersi. Io nel mio periodo piu buio pensavo addirittura che gli altri non volessero dimagrire fino a consumarsi e sparire perché non ne sarebbero stati in grado.
    invece io ero forte, come sono forte mentre vomito l'anima sul cesso. Sono forte, certo. E la gente non lo fa perché non è in grado.
    scusa se ho divagato ma con questo post hai portato alla luce tante cose, tanti aspetti in comune, tante sensazioni. Ti abbraccio :)

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    1. Non devi scusarti, anzi! Questo è un modo per conoscersi meglio e leggere le storie delle altre che ci ricordano che non siamo sole.
      Credo anch'io che tutto inizi dalla percezione di non essere comprese, insieme alla paura (che ne è una conseguenza diretta) di essere giudicate. Crediamo che gli altri non possano capire la nostra determinazione e la loro sincera preoccupazione ci sembra subito maligna, pensiamo che vogliano farci tornare grasse per invidia e sciocchezze simili. La malattia ci rende paranoiche e sciocche, ma noi possiamo essere più forti di lei. Un abbraccio!

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  11. Questo post è davvero bellissimo, mi ha commosso..Mi ritrovo in tutto e dio quanto capisco quello che hai passato..

    Un abbraccio forte

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    1. E' così confortante sapere di parlare a persone che vivono le nostre stesse emozioni, che hanno vissuto storie simili e possono capire anche le cose più assurde della malattia. Mi fa sentire al sicuro, protetta dai giudizi e dalle critiche. Ed è davvero rigenerante.
      Un abbraccio!

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